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La chioma di Berenice

La sicurezza della mobilità sotto l’angolo degli interventi industriali strada/trasporto

Realizzare un’esigenza

Per realizzare questa esigenza dovremmo attingere in maniera ragionata all’imponente gettito fiscale eveniente dal cespite “circolazione stradale” – circa 80 miliardi all’anno (imposta di possesso degli autoveicoli, imposta sulle assicurazioni sulle RC Auto, accise ecc.) – traendone una imposta per destinazione sulla mobilità che si ritagli una quota sui citati ricavi fiscali. Per la verità, le imposte per destinazione sono state cancellate dal nostro ordinamento a vantaggio della fiscalità generale, ma oggi dovremo percorrere un  cammino inverso, quanto meno per quei settori, come quello della mobilità, che danno tanto al fisco senza riceverne un ritorno apprezzabile.

Non si può dire, infatti, che quei ritorni allo stato non ci siano, ma in via indiretta e senza destinazione precisa: è il caso della imposta sulle assicurazioni RC Auto (dal 12,5% al 16% dei premi RC Auto) affidata alle province per i vari servizi che sono loro affidati, fra cui anche la gestione delle strade provinciali (circa 120.000 km) o della imposta di possesso degli autoveicoli assegnata alle regioni per i propri servizi, fra i quali il TPL e la strada; il primo è stato trasferito di recente al fondo nazionale trasporti, mentre la rete regionale è stata per lo più affidata a Società miste regione/ANAS quando non retrocessa alle province.

Altri proventi da destinare alla strada

Ci sono altri proventi che potrebbero essere destinati alla strada: ci riferiamo ai canoni di servizi e servitù compresenti sopra o sotto la sede stradale che o non vengono regolarmente riscossi, o non adeguatamente rivalutati. Solo con tali ricavi si potrebbe pagare la manutenzione ordinaria delle tratte che ospitano cavi e tubi di servizio (gas, telefono, elettricità, ecc.). Insomma, questo segmento fiscale e contrattuale afferente la mobilità (strada/trasporto) dovrebbe essere messo sotto la lente per staccarne una percentuale per destinazione per coprire i fabbisogni di messa in sicurezza e manutenzione delle strade.

Su questo spicchio di imposte e canone attorno alle strade chiediamo una riflessione alla politica e alle Istituzioni per operare un adeguato e mirato “spin off” a favore della mobilità, uno dei settori trainanti della ripresa del Paese. Anticipare l’entrata in vigore del D.Lgs. 35/11 per la per le strade transnazionali a tutta la rete viaria Questa Norma, di recepimento europeo, si applica a tutta la rete già in molti Paesi della UE: dovremmo farlo anche noi, invece di attendere rispettivamente, per le strade nazionali il 2018 e, per quelle locali, il 2021. Questa disposizione impone due cose essenziali: la governance e il controllo a mezzo ispettori terziarizzati sul MIT. Torniamo al problema esposto all’inizio, quello del conflitto di interessi, che tale Decreto Legislativo elimina affidando regole e controlli della governance al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Ovviamente quest’operazione comporta un costo notevole, perché impone parametri di sicurezza che la nostra rete ordinaria non possiede: il sistema severo di ispezioni, controlli e sanzioni previsto, inoltre, non ne consente la elusione, così come allegramente è successo per i proventi contravvenzionali, anche se, purtroppo, dobbiamo registrare una non piena applicazione di tale Decreto Legislativo alle stesse strade transnazionali. Abbinando questa anticipazione del D.Lgs. 35/11 alla evidenza dello spicchio d’imposta per destinazione per la strada si potrebbero adeguare i fabbisogni ai finanziamenti, fruendo di Leggi esistenti e collaudate, orientandole coevamente alla messa in sicurezza e manutenzione programmata della strada. Se si potrà lavorare contemporaneamente sui punti sopra illustrati, non occorre inventarsi novità: basterà lavorare di bulino sulla Legislazione esistente.

La necessità di patrimonializzare la rete stradale

Non da ultimo, ma non certo in ordine di importanza, la necessità di patrimonializzare la rete stradale allo stato una sorta di “res nullis”, sulla quale, fra l’altro, resta difficile calcolare in percentuale l’incidenza delle spese di manutenzione, mancando il valore di riferimento. Questo patrimonio “virtuale”, se adeguatamente iscritto nei bilanci degli Enti Proprietari delle strade, da un calcolo approssimativo potrebbe complessivamente valere oltre 500 miliardi di Euro. In tutta Europa, e in particolare nei Paesi più sviluppati, le strade vengono contabilizzate a patrimonio nei bilanci degli Enti proprietari e non si vede perché ciò non avvenga anche in Italia. Per provvedere a ciò non occorre una nuova Legge: quella sui catasti stradali, ancorché non attuata, esiste già e, comunque, sono sufficienti le regole di buona amministrazione del demanio a render obbligatorio questo incombente. In conclusione fra strade sparite, conflitti di interessi mai evidenziati, colossali proventi fiscali non destinati, neppure in parte, all’imponente e centrale fenomeno della circolazione stradale che pur li genera, di materia oscura ne è emersa moltissima, senza neppure la necessità di scendere nelle viscere del Gran Sasso per dar la caccia alle particele Wimp.