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Per sbloccare il Paese servono regole stabili

La produzione incessante di regole ed eccezioni, commi ed emendamenti, complica la vita di tutto il Paese, e non solo di chi per lavoro deve avere a che fare con leggi in continua evoluzione (si fa per dire). Per capirlo basta guardare la vicenda degli investimenti pubblici, e in particolare di quelli locali: sono un motore indispensabile per le economie e le comunità locali, ma in questi anni sono stati colpiti più dall’assurdità di certe regole (italiane prima che europee) che dall’assenza di soldi veri.

L’anno scorso, anche grazie a una revisione complicata ma intelligente del Patto di stabilità che era arrivato al suo ultimo anno di vita, la spesa in conto capitale ha vissuto una prima, netta ripresa, ma la scommessa è che ora l’impennata prosegua: lo spazio da riempire è parecchio, visto che i Comuni dieci anni fa investivano fra i 18 e i 19 miliardi e l’anno scorso si sono fermati poco sopra i 12, ma non mancano nemmeno le incognite.

Le prime riguardano le regole di calcolo del nuovo pareggio di bilancio, che da quest’anno ha sostituito il Patto di stabilità interno diventato negli anni il responsabile di tutti i mali, sia quelli che ha creato davvero sia quelli che gli sono stati attribuiti da accusatori più o meno interessati. La riforma che arriva oggi all’esame dell’Aula del Senato (e che ha bisogno di una maggioranza assoluta per essere approvata perché modifica una legge costituzionale), grazie al lavoro condotto dalla commissione Bilancio offre un valore aggiunto importante: la stabilità dei calcoli. Tralasciando i tecnicismi, che all’interno di una finanza locale sempre più cervellotica rischiano di confondere più che di aggiungere informazioni, il punto è proprio questo. Appendere le chance di investimento alla cabala della manovra, che si risolve a fine anno fra trattative serrate ed emendamenti notturni, avrebbe finito per tagliare le gambe delle amministrazioni più attive e offrire ottime scuse a quelle meno brillanti: la riforma, disegnando invece una situazione stabile, parla la lingua giusta per gli investimenti, che spesso hanno bisogno di anni per svilupparsi.

A dimostrarlo arrivano anche le vicende del nuovo Codice degli Appalti, che impone alle amministrazioni uno sforzo di adeguamento non indifferente. Si tratta di un problema congiunturale e in parte inevitabile, ma rischia di bloccare una parte degli investimenti perché una quota degli impegni di spesa liberati a fine 2015 ha bisogno di arrivare entro fine anno all’aggiudicazione definitiva per non tornare a «congelarsi» nei vincoli di finanza pubblica. Per questa ragione sindaci e governo stanno trattando un mini-correttivo, che salvi i progetti in grado di arrivare vicini al traguardo. Il campo di gioco, in quel caso, è il decreto enti locali, all’esame della Camera, ma poi sarebbe utile un nuovo «patto»: basta ritocchi normativi, e chi ha più fiato corra.