Il progresso tecnologico ha alimentato a velocità costantemente crescente la necessità di movimentare su strada masse indivisibili sempre più impegnative, caratterizzate da una notevole eccedenza dei mezzi di trasporto in termini di peso complessivo, oltre che di dimensioni, rispetto ai limiti stabiliti dal Codice della Strada.
Questa crescente “domanda” deve però fare i conti con la “capacità” offerta dalle opere d’arte della rete viaria nazionale; opere che al giorno d’oggi costituiscono una famiglia caratterizzata da spiccata eterogeneità, risultando essere espressione delle esigenze di esercizio di diversi periodi storici aventi come denominatore comune l’evoluzione del trasporto su gomma.
Un tipico esempio è costituito dalle differenti “categorie” assegnate ai ponti in funzione del loro utilizzo. Sulla rete di Autostrade per l’Italia tutte le opere, sia autostradali che sovrappassanti, con carreggiata larga almeno 5 m, sono state progettate come ponti di “prima categoria”. Anche se dagli anni Novanta in poi tutti i ponti, anche quelli con carreggiata larga meno di 5 m sono stati progettati in “prima categoria” in aderenza a quanto indicato nella Norma D.M. del 04/05/1990, non è infrequente incontrare opere di scavalco afferenti a viabilità secondarie progettate come “ponti di seconda categoria”.
Mentre i primi sono in grado di ammettere in regime ordinario il “transito libero” di tutti i veicoli non eccedenti i limiti stabiliti dagli artt. 10 e 62 del Codice della Strada, i ponti di seconda categoria prevedono – nella maggior parte dei casi – notevoli limitazioni all’utilizzo da parte dei comuni veicoli industriali, prevedendo in generale limiti di massa a pieno carico intorno pari a 12 t. I cavalcavia realizzati prima degli anni Novanta e afferenti a viabilità del tutto secondaria o interpoderale sono stati progettati come ponti stradali di “seconda categoria”.