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Fascicolo n° 166 Luglio/Agosto 2024

Strade & Autostrade 166

Ponti come Uomini, Uomini come ponti

Anche questo numero della rivista dispiega la sua multiforme varietà di argomenti e, come sempre, mi auguro troviate spunti di riflessione e studio.
Ammetto che il fascicolo di Luglio/Agosto è da sempre il mio prediletto, poiché presenta un focus specifico su ponti e viadotti, quel genere di audaci opere d’arte di creatività e ingegno umano costruttivo che ogni volta e senza soluzione di continuità mi porta a rimanerne affascinata, a fotografarli da innumerevoli angolazioni senza mai stancarmi e, soprattutto, a pormi domande sul senso più profondo e perenne di tali magnificenze ingegneristico-architettoniche.

Quello del ponte è un grande tema davvero inesauribile, anche perché gli esseri umani hanno cercato di “superare le difficoltà” ottenendo così meraviglie che testimoniano l’evoluzione della tecnologia nel corso della storia. Probabilmente sono state riportate più storie su di essi che su qualsiasi altro manufatto umano: la produzione letteraria e filosofica in materia, in effetti, ci insegna che ogni ponte ne racconta almeno una.
Sono stati scritti ottimi libri sulle loro funzioni tecnologiche, sulle leggende, sulle rappresentazioni nell’arte e nella letteratura, ma pochi hanno indagato il modo in cui noi viviamo queste strutture.

Cosa abbiamo di preciso in mente quando costruiamo o attraversiamo i ponti?
Cosa ci porta a pensare di una cosa, ma non un’altra, come ponte?

Benché i ponti siano la questione primaria del nostro tempo, a mio avviso non abbiamo ancora riflettuto abbastanza su cosa siano e cosa debbano essere.
La considerazione che qui cerco di trasmettere nasce allora dalla personale scelta di una visione più “poetica” di un argomento che, di per sé, potrebbe risultare eccessivamente arido in ragione dei contenuti altamente tecnici; naturalmente, non ho neppure la velleità di togliere la parola a chi veramente sa della materia.

Il ponte è la terra sull’acqua: la sua funzione è quella di realizzare un elemento adatto al passaggio dell’uomo, la strada sopra ad un altro – un corso d’acqua – che adeguato non è; un fiume senza un ponte costituisce sempre un’interruzione nella continuità del percorso poiché, in molti casi, l’attraversamento può risultare impervio se non addirittura impossibile.

Il ponte è la strada sopra l’acqua: deve infatti consentire sia il passaggio sulla strada sopra di esso sia quello dell’acqua sotto di esso; tale opera risulta quindi parte della strada e deve al fiume la sua ragion d’essere.

Il ponte è il superamento dell’ostacolo: senza dubbio permette il passaggio di flussi di traffico fungendo da punto di transito, rendendo la piattaforma stradale indipendente dal suolo seppur rimandendovi connessa, mantenendo la strada in quota e risultando pertanto in grado di sostenere contemporaneamente se stessa e i carichi che attraversano la via.

Come ci insegnano i grandi Progettisti del passato e contemporanei, la conoscenza dell’opera è il primo passo indispensabile e fondamentale per ogni azione di verifica e controllo.
Si tratta di una conoscenza che può essere adeguata solo se comprende il modo di costruire e progettare di quella specifica
epoca, dei metodi costruttivi adottati e delle prescrizioni normative vigenti.
Non di meno, quando un progetto è sviluppato “a mano” attraverso i criteri fondamentali dell’equilibrio statico ed è “ben
fatto” grazie allo studio profondo, all’elevata perizia, alla competenza e al coraggio degli Ingegneri può essere un progetto
del tutto adeguato anche alle necessità di oggi. Oltre a questo, ciò che è realmente essenziale per un buon progetto è una sistematica e attenta manutenzione che consenta effettivamente di mantenere in servizio opere di grande età, di grande luce e di qualsiasi materiale.

I ponti si devono sostenere attraverso fondazioni, appoggi, pile e spalle saldi, contrastano, resistono e superano le dinamiche dell’elemento divisore – sia esso acqua o aria – e legano territori che rimangono tra loro dissimili pur nella loro unione. Sono opere soggette a fatica, a sforzi di trazione e compressione e i carichi che sopportano sollecitano la loro struttura che subisce una “deformazione”. E a volte una rottura.

Non sono, allora, i ponti tanto simili agli uomini? Non sono, allora, gli uomini tanto simili ai ponti?
Non siamo forse – o dovremmo essere – in costante ricerca di quel solido plinto che possa sorreggere e correggere le nostre
fragilità, di resistere nel tempo, in un viaggio interiore che mai termina e che è sempre in divenire?

Nella filosofia nietzschiana, l’uomo in transizione è un ponte che collega verso uno scopo il cui compito è trasformare se stesso, allegorizzando la condizione della vita umana nell’immagine di una corda tesa su un abisso, dove l’umanità non è tanto la corda quanto il passaggio attraverso di essa.
Senza dubbio preferirebbe un luogo stabile rispetto alla sospensione vacillante: eppure non ha scelta.

Allora io capisco […] – scriveva Alberto Savinio – perché d’altra parte tanto amore io sento per il mondo di là dal ponte”.

Non posso esimermi, ora, dopo aver cercato di esprimervi in queste righe qualcosa più di me “persona” che della Marina
“professionista”, dal volervi comunicare che il mio cammino con la “mia” “Strade & Autostrade” termina con questo fascicolo.
Si chiude per me un’era durata 26 anni. E mi commuovo scrivendo questa frase.

Lascio il mio incarico, ma soprattutto lascio un’organizzazione che ho sempre fatto in modo di sostenere, far crescere e condurre al massimo delle mie possibilità e capacità. Sono felice di avere cercato e avuto l’opportunità di fare la mia parte, sempre con passione, energia, infaticabile attivismo, impegno e professionalità, nella realizzazione di un progetto editoriale che nel tempo è diventato così conosciuto e considerato.
Mi sono sempre sentita onorata del ruolo e, soprattutto, tengo a dire che questa responsabilità non è mai né pesata né tantomeno mi ha spaventata, nonostante le complessità ci siano state.

Chi mi ha sempre dato la forza siete stati voi – Autori, Clienti e Lettori – che avete stimolato la mia curiosità, mi avete aiutato a capire, a conoscere e a conoscervi, avete nutrito la mia voglia di imparare, trovare il punto e fare meglio. In cambio, mi sono instancabilmente proposta in modo franco e pronta al dialogo, con onestà intellettuale e reale trasporto, mettendomi a disposizione per ottenere un risultato a regola d’arte.

A voi va il mio ringraziamento speciale, la mia stima imperitura e la mia autentica gratitudine per tutta la lunga e bellissima strada percorsa assieme, tra confronti e dissertazioni, dove ho avuto sempre qualcosa da comprendere con entusiasmo. Il panorama che mi avete donato è indimenticabile.

Oggi però decido di dare una nuova vita al mio destino professionale: per i miei 50 anni, mi regalo una scelta coraggiosa – e non certo priva di dolore – che sento mi fa onore.

Con tutto il senso che ha avuto portarmi fin qui, il mio saluto carissimo a voi tutti, con affetto sincero, la speranza e la certezza… di ritrovarci presto su una nuova strada.

Marina Capocelli

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