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La lezione di Genova

Il crollo parziale del viadotto Polcevera (più conosciuto al grande pubblico come ponte Morandi) ha innescato una serie di considerazioni di carattere tecnico e gestionale sulla manutenzione delle infrastrutture viarie. Ne abbiamo parlato con l’Ing. Gabriele Camomilla che, quando era Direttore della Ricerca e della Manutenzione della Società Autostrade, ha coordinato l’unico intervento strutturale di rilievo sull’opera

La lezione di Genova
“LG”: “Come vede le soluzioni avanzate per la demolizione e cosa pensa del progetto regalato da Renzo Piano?”.

“GC”: “Innanzitutto trovo profondamente sbagliata l’idea di demolire il viadotto. Tra l’altro il processo demolitivo sarà molto complesso per gli stessi motivi per cui lo scartammo nel 1992: non credo si sia mai tentato niente del genere.

Basti pensare solo al materiale di risulta che potrebbe ammontare a circa 40.000 m cubi, senza poi contare che un intero quartiere dovrebbe essere abbattuto. Quello che non capisco è come si possa pensare che per rimediare al crollo di una porzione di circa 280 m di un viadotto lungo più di 1 km lo si debba demolire completamente.

Lo trovo francamente assurdo; specie perché 650 m dal lato di Ponente non presentano problemi particolari di criticità, in quanto realizzati con un normale schema strutturale senza stralli. I tiranti della pila 11 sono stati invece messi in sicurezza con l’intervento di cui dicevo prima: contengono i rami di svincolo e non hanno problemi di crollo.

La pila 10, ormai scaricata dal peso della campata collassata, è il vero nodo da sciogliere: un’accurata valutazione con sensori potrebbe renderla idonea al lavoro di adeguamento, che la trasformerebbe in una struttura durevole nel tempo come la pila 11.

Per la ricostruzione della parte collassata, si potrebbe invece ricorrere ad una struttura in acciaio con diverso schema statico, possibilmente sfruttando le fondazioni esistenti e compensando il carico perduto dalla pila 10. Se si ha fretta, in attesa che si apra la grande variante a monte, la cosiddetta Gronda che dovrebbe essere pronta entro il 2028, questa è la soluzione più rapida ed economica.

Quanto al progetto di Renzo Piano, che come Genovese e Senatore a vita della Repubblica ha voluto donare il suo lavoro alla città, trovo il gesto encomiabile, ma credo che la gratitudine si debba fermare lì. La sua è infatti una proposta di tipo memorial non particolarmente riuscita e innovativa, ma soprattutto non tiene conto della complessità della demolizione della struttura esistente e delle difficoltà di costruzione delle fondazioni di quella nuova.

Il viadotto Polcevera, oggi odiato, rimane comunque una testimonianza di un’epoca vitale del nostro sviluppo tecnologico e anche della coesione del Paese durante gli anni del suo forte sviluppo economico”.