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Sentenza Ponte Morandi: il processo sul crollo del viadotto

La conclusione del maxi-processo sul viadotto Polcevera segna un momento di svolta per la gestione delle infrastrutture autostradali italiane, ponendo fine a un lungo percorso investigativo e dibattimentale caratterizzato da una mole documentale senza precedenti e da profonde implicazioni per il settore ingegneristico.

A poco meno di otto anni dal tragico crollo del ponte Morandi, il viadotto autostradale collassato il 14 agosto 2018 alle ore 11:36 stroncando la vita di quarantatré persone, si chiude ufficialmente uno dei processi più imponenti e significativi mai celebrati all’interno delle aule di giustizia italiane.

Questo delicato dibattimento, che ha visto come imputati cinquantasette persone tra dirigenti, tecnici e funzionari, ha avuto inizio il 7 luglio 2022 ed è avanzato attraverso un percorso straordinariamente articolato, per un totale complessivo di ben duecentottantaquattro udienze.

La Procura della Repubblica, al termine delle proprie requisitorie, ha formulato richieste di condanna estremamente severe, quantificabili in circa quattrocento anni complessivi di reclusione per i vari soggetti coinvolti nella gestione e nel controllo dell’opera.

Il collegio giudicante, presieduto dal magistrato Paolo Lepri e completato dai colleghi giudici Ferdinando Baldini e Fulvio Polidori, ha dovuto esaminare una quantità impressionante di prove e testimonianze. Nel corso dei quattro anni di intenso dibattimento sono stati ascoltati duecentottantadue testimoni e sono stati esaminati nel dettaglio quattro periti di chiara fama, le cui valutazioni sono state fondamentali per ricostruire lo stato strutturale del viadotto. Dal punto di vista degli imputati, dodici di loro hanno accettato di sottoporsi all’esame in aula, mentre ventuno hanno preferito rilasciare spontanee dichiarazioni per chiarire la propria posizione.

L’ampia partecipazione sociale ed emotiva alla vicenda è testimoniata anche dai numeri legati alle parti civili: inizialmente erano state ammesse oltre duecento parti civili, a fronte delle seicentocinquantotto che avevano avanzato formale richiesta, per poi ridursi a centosessantotto in seguito al raggiungimento di accordi transattivi e risarcitori privati.

L’andamento del processo per il crollo del ponte Morandi permette di comprendere la vastità dell’indagine anche attraverso l’analisi dei dati puramente quantitativi legati alla documentazione raccolta. Il lavoro investigativo svolto dalla Guardia di Finanza è durato oltre tre anni, a cui sono seguiti cinque mesi di udienza preliminare prima del rinvio a giudizio.

Il materiale informatico e cartaceo digitalizzato e agli atti supera i dodici terabyte di documentazione complessiva, all’interno dei quali sono custoditi filmati, rilievi fotografici e tracciati tecnici dell’opera. La cancelleria del tribunale ha dovuto gestire trecentotrentadue faldoni cartacei e trecentocinquantadue supporti informatici esterni, che hanno originato ventiquattromilacentotredici pagine di trascrizioni d’udienza e diecimilaquattrocentotrentuno pagine di verbali riassuntivi, fino ad arrivare alle oltre cinquemila pagine che compongono la complessa memoria conclusiva predisposta dai pubblici ministeri.

Dal punto di vista societario e delle responsabilità giuridiche d’impresa, le due aziende principali coinvolte nella catena di manutenzione e ispezione, ovvero Aspi e Spea, sono uscite dal percorso processuale principale beneficiando di un patteggiamento che ha comportato il pagamento di una somma vicina ai trenta milioni di euro.

Tuttavia, l’azione della magistratura non si è esaurita con il filone principale sul collasso strutturale del viadotto Polcevera.

Dalle indagini della Guardia di Finanza sono infatti scaturiti altri tre importanti filoni d’inchiesta legati alla sicurezza della rete, specificamente concentrati sulla redazione di falsi report riguardanti lo stato di conservazione dei viadotti, sulla presenza di barriere fonoassorbenti giudicate pericolose per l’incolumità pubblica e sulla falsificazione dei verbali relativi alle gallerie e alla loro mancata messa in sicurezza.

Questi tre procedimenti collaterali sono stati successivamente riunificati in un unico grande processo che vede alla sbarra quarantasette imputati.

Mentre la macchina della giustizia giungeva alle sue determinazioni definitive, il territorio ligure ha dovuto convivere con le pesanti ripercussioni logistiche e infrastrutturali causate dalla perdita del nodo strategico del Polcevera.

In tutta la Liguria i cantieri per l’ammodernamento e la verifica della rete autostradale non sono ancora terminati, prolungando i disagi per l’utenza e confermando la necessità di interventi strutturali profondi sull’intera rete. Il vuoto lasciato dal crollo è stato colmato dalla rapida edificazione del nuovo ponte, realizzato seguendo il progetto architettonico donato dall’archistar Renzo Piano, concepito per restituire continuità territoriale e sicurezza alla città di Genova.

Sotto la nuova struttura sorge la radura della memoria, un luogo sacro dedicato al ricordo delle quarantatré vittime, al quale tuttavia manca ancora il completamento dell’ultimo miglio per poter essere pienamente fruibile e terminato nella sua interezza progettuale.

La fine di questa complessa vicenda giudiziaria si intreccia anche con i destini personali dei suoi protagonisti storici. L’ex amministratore delegato Castellucci si trova attualmente in stato di detenzione in carcere per le responsabilità legate a un’altra grave tragedia autostradale, quella avvenuta ad Avellino sul viadotto Acqualonga. Infine, dal punto di vista della pubblica accusa, si registra la scomparsa a maggio del pubblico ministero Massimo Terrile, il magistrato di turno che per primo intervenne sul luogo del disastro in quel tragico quattordici agosto.

Diventato il motore dell’inchiesta, Terrile è andato in pensione prima della conclusione della sentenza, spegnendosi prima di poter vedere la fine del processo che lui stesso aveva impostato, voluto e studiato analiticamente fino all’ultima riga di ogni singolo documento, lasciando in eredità una base documentale inscindibile per la valutazione delle responsabilità ingegneristiche e gestionali del paese.

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