I dati della quinta edizione dell’indagine rivelano che solo il 41,9% degli italiani usa lo smartphone in modo corretto al volante, mentre emerge un forte divario tra l’autovalutazione positiva dei conducenti e la percezione pesantemente negativa dei comportamenti altrui.
La sicurezza sulle nostre strade passa inevitabilmente attraverso i comportamenti individuali, ma i dati emersi dalla quinta edizione della Ricerca sugli stili di guida commissionata da Anas (società del Gruppo FS) e condotta da Global Research evidenziano una realtà complessa. L’indagine, basata su interviste a un campione di oltre 4mila persone e più di 5mila osservazioni dirette su 12 strade gestite dall’azienda, fa luce sul delicato rapporto tra automobilisti italiani e rispetto delle regole.
Il primo grande elemento di criticità riguarda l’utilizzo dello smartphone alla guida. Appena il 41,9% degli italiani adopera il cellulare in modo corretto, sfruttando l’assistente vocale o la tecnologia bluetooth. Al contrario, il 14,6% degli intervistati digita ancora il numero di telefono prima di attivare il vivavoce e l’8,9% ammette di guidare tenendo il dispositivo direttamente in mano. Questo accade nonostante ben il 75% della popolazione consideri l’uso del telefono al volante un’abitudine decisamente pericolosa. I profili che si dimostrano maggiormente indisciplinati in questo ambito risultano essere i conducenti di vetture a noleggio, i guidatori meno esperti e i motociclisti.
Un aspetto psicologico particolarmente rilevante, evidenziato anche dal Presidente della Società Italiana di Statistica, Professor Marcello Chiodi, è la tendenza dei guidatori a sovrastimare le proprie abilità reali, derubricando il pericolo come qualcosa causato unicamente dagli altri. Gli automobilisti italiani si promuovono infatti con un voto di autovalutazione pari a 7,8 (in lieve flessione rispetto al 7,9 del 2024), ma bocciano pesantemente i propri pari, attribuendo loro una media insufficiente attorno al 5. Il 62,3% del campione si dichiara un guidatore esperto, a fronte di un esiguo 6,4% che si ritiene poco abile e dell’1,6% che si definisce molto inesperto.
Questa discrepanza emerge in modo clamoroso nei singoli comportamenti analizzati. Per fare qualche esempio, l’uso degli indicatori di direzione riceve un punteggio di 8,5 per sé e scende a 5,4 per gli altri; il rispetto dei limiti di velocità vale 7,8 per se stessi contro il 4,9 altrui; il divieto di guidare dopo aver assunto alcol o sostanze si attesta a 8,4 per sé contro il 5,5 del resto degli automobilisti. Anche il mancato uso del cellulare vede un divario netto di 7,8 contro 4,8. Nonostante ciò, il gap complessivo tra sé e gli altri è diminuito, passando dai 2,9 punti dello scorso anno ai 2,6 attuali.
A questa percezione asimmetrica si lega la cosiddetta “illusione del controllo” nei contesti quotidiani. Se da un lato il 76,3% degli intervistati riconosce che guidare in contesti familiari abbassa la prudenza e la percezione del rischio, dall’altro si riscontra una forte contraddizione. Soltanto il 31,6% ritiene che vi siano situazioni specifiche in cui è necessario innalzare la concentrazione (come maltempo, luoghi ignoti o presenza di autovelox e controlli), mentre il 41,5% si dichiara contrario e il 27% non sa rispondere. L’attenzione appare dunque adattiva, raggiungendo il picco in condizioni meteorologiche avverse e il minimo storico nei pressi della propria abitazione.
L’indagine fa emergere un quadro di forte conflittualità anche analizzando il rapporto con l’incidentalità. Il 7,9% degli intervistati riferisce di essere rimasto coinvolto in un incidente negli ultimi due anni. Sorprendentemente, all’interno di questo sotto-campione ben il 90,8% ammette di usare il cellulare alla guida, un dato molto superiore rispetto al 65% registrato sul totale degli intervistati. L’esperienza del sinistro non genera dunque un automatico cambio di abitudini, ma sembra alimentare una forma di resistenza o sfida alle sanzioni. Allo stesso modo, chi ha vissuto un incidente approva il nuovo Codice della Strada in misura minore (76,9%) rispetto al dato generale dei favorevoli (86%). La frattura selettiva verso le regole si concentra proprio tra i soggetti più esposti e a rischio, ovvero giovani, motociclisti e utenti di veicoli a noleggio.
Sul versante della micro-mobilità, i monopattini continuano a raccogliere forti perplessità. Appena il 31,4% degli intervistati li considera mezzi sicuri, e il 76,5% dichiara di non utilizzarli e di non aver intenzione di farlo in futuro. La valutazione di sicurezza cala drasticamente con l’età, passando dal 5,5 su 10 espresso dai giovani tra i 18 e i 24 anni fino al 3 su 10 degli over 65. Tra i fattori di pericolo percepiti spiccano le imprudenze dei conducenti (55,1%), la mancanza di protezioni (37,2%) e l’uso in aree non idonee come marciapiedi o zone extra-urbane (36,5%). Per il 57,4% del campione, le normative attuali che regolano il mezzo risultano troppo permissive.
In un panorama così articolato non mancano segnali positivi, legati all’efficacia delle campagne di sensibilizzazione stradale che stanno portando a un progressivo miglioramento di alcuni comportamenti rilevati direttamente sul campo. Le osservazioni condotte dai rilevatori Anas a bordo di automobili civili lungo arterie strategiche del Paese (come il Grande Raccordo Anulare di Roma, l’A2 Autostrada del Mediterraneo, la Malpensa o la statale Adriatica) confermano una riduzione dell’uso improprio del cellulare e un maggior impiego delle frecce nei sorpassi. Anche il mancato rispetto del divieto di sorpasso scende lievemente al 14,3% nel 2025 rispetto al 14,6% del 2024 e al 17% del 2022.
I progressi più evidenti riguardano però i sistemi di ritenuta. L’uso delle cinture anteriori per il conducente si attesta al 91,1%, mentre per il passeggero sale al 95,4%. Il balzo in avanti più straordinario coinvolge le cinture posteriori, il cui utilizzo è salito al 64,7% rispetto al 44% del 2024 e al misero 24,3% registrato nel 2022, segnando una crescita di circa 40 punti percentuali in poco più di tre anni. L’Amministratore delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme, ha ribadito come questi dati confermino la necessità di continuare a investire in consapevolezza e formazione delle persone, collaborando attivamente con le istituzioni e le Forze dell’Ordine per compiere passi strutturali verso l’obiettivo europeo della Vision Zero entro il 2050.
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