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La rete in fibra va avanti piano e migliaia di imprese restano fuori

(come riportato da Stefano Carli su La Repubblica)

Ritardi nelle aree bianche e grigie che si trovano ovunque, spesso anche nelle grandi città, le responsabilità delle telco e quelle delle amministrazioni locali si sommano a una normativa che fa acqua

Unica oppure no, pubblica o privata, aperta o no a un controllo estero, separata o integrata in una telco. La rete in fibra ottica della banda ultralarga che connetterà l’Itala con il suo futuro digitale ha un’unica certezza: per ora non c’è.

O meglio, ce n’è poca, troppo poca. È un handicap importante, mentre si cerca di convincere l’Ue che saremo in grado di far fruttare al meglio i 200 miliardi circa dei fondi di Next Generation Eu. Tanto più che l’Europa ha alzato l’asticella, l’ha battezzata Vhcn, Very High Capacity Network, e ha stabilito che è un obiettivo da raggiungere solo con la fibra fino alle case o comunque fino al singolo edificio.

Insomma, ora non si parla più di banda larga da 100 mega ma da 1.000, un giga. Senza di questa la digitalizzazione resta a metà, nel chiuso di case, uffici e capannoni, ma senza interazione. La transizione ambientale alle energie sostenibili e ai sistemi di autoproduzione non sono pensabili senza sistemi intelligenti e iperconnessi.

La stessa rivoluzione dell’auto elettrica senza sistemi di controllo e ricarica non va in porto. E non ultimo, senza la fibra non partiranno le nuove reti mobili 5G e i nuovi step dell’automazione industriale 4.0. A settembre scorso gli accessi in fibra ottica certificati da Agcom erano un milione e 570 mila.

L’effetto dell’emergenza Covid si vede tutto nel +41% di crescita su settembre 2019, ma è ancora poco. Secondo Infratel, di tutti i collegamenti a banda ultralarga solo il 20,5% superano i 100 mega, il 66% sono ad almeno 30 mega. Il resto è sotto. E questi sono i valori di picco: le velocità di connessione medie sono più basse. Ma è uscendo dai grandi numeri che il ritardo italiano emerge nettamente.


Prima del Covid tutto questo non si vedeva perché le imprese italiane erano poco digitalizzate, alle famiglie potevano bastare i 20 mega di un buon Adsl per vedere un film o una serie su Netlfix. Poi la pandemia ha cambiato tutto. “Con 20 mega due figli in dad hanno difficoltà – commenta Luca Gastaldi, responsabile dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politencico di Milano – Ma anche noi abbiamo problemi: molti studenti confinati nelle loro case fuori Milano non erano in grado di partecipare alle lezioni a distanza”.

Il vero snodo è portare la banda ultralarga alle imprese per mettere benzina nel motore della ripartenza. Non c’è un dato ufficiale sul digital divide delle imprese ma raccogliere casi non è difficile, da Nord a Sud. Basta andare a cercare nei distretti più periferici, come quello dell’acqua, i cui impianti devono stare vicini alle fonti.

Come l’Acqua San Bernardo di Garessio, provincia di Cuneo: “È un problema che seguiamo da tempo – spiega Marco Brussone, presidente di Uncem, l’associazione dei Comuni e delle Comunità montane – ma non riusciamo a risolverlo.

E lo stesso accade a Fregona, provincia di Treviso, con una quindicina di aziende che hanno connessione solo in rame”.

In rame è anche la connessione, all’altro capo dello Stivale, della Medea di Potenza. Una startup nata nel 2016 per fare telemedicina: “Raccogliamo le analisi fatte da una rete di 400 farmacie in tutta Italia e produciamo i relativi referti – spiega l’ad Laura Colangelo – Per ora elettrocardiogrammi e analisi dermatologiche.

Sono dati poco pesanti ma la nostra connessione è a 4 mega e dà problemi. Siamo connessi a un armadio collegato in fibra, ma a quello stesso armadio è collegato il Tribunale di Potenza e non tiene tutto questo traffico. Ma va peggio alla nostra capogruppo, la società di ingegneria Geocart: ha una filiale che lavora per l’automotive di Melfi nella zona di Tito, l’anno scorso ha dovuto pagare 6 mila euro per avere la fibra e una connessione da 500 mega. Per la sola installazione, per il servizio ora paga 2 mila euro al mese”.

Disavventura simile a quella subita dalla Skycomm, società del gruppo Angel, quello della Mermec, con il doppio paradosso di essere un’azienda di tlc e di aver sede a Roma, a due passi dal centro Rai di Saxa Rubra. D’altra parte non è un caso se una società come Linkem, che offre connessioni Fwa, ossia con l’ultimo miglio in ponte radio, ha scelto da anni la strategia di cercare clienti proprio nelle città, dove basta essere collegati a un armadio distante, o troppo affollato, per non vedere una partita di calcio in streaming.

Uscire da questa impasse è difficile e va ben oltre le polemiche sulla rete unica. Open Fiber deve aggiornare spesso il calendario dei cantieri nelle zone bianche. Adesso Tim, nell’ambito del progetto Fibercop in cui entra con il 37% anche il fondo Kkr, ha messo a punto un piano di accelerazione sia nella posa di nuova fibra, grazie alle nuove risorse finanziarie apportate, sia anche, ed è la prima volta, di “decommissioning” del rame, ossia di spingere per la migrazione dei suoi utenti sulle nuove reti in fibra.

Intanto sta aprendo 18 mila cabinet in 3.500 Comuni, (in prevalenza aree bianche). E Open Fiber ha annunciato che interverrà anche nelle aree grigie (quelle in cui c’è un solo operatore), con un piano, a finanziamento privato, per connettere oltre un milione di immobili. Ma sarebbe troppo semplice dare la colpa ai soli operatori.

La stessa Antitrust, nel documento inviato al governo martedì scorso, ha puntato su due fattori: mantenere la concorrenza nelle aree nere, perché crea dinamismo di mercato, e rivedere i meccanismi che regolano il rilascio delle autorizzazioni per la posa dei cavi. Sottolineando che bisogna intervenire per fissare un tempo massimo entro cui rispondere.

Una recente ricerca commissionata da Asstel, l’associazione di tutte le imprese del comparto tlc, ha rilevato che per portare un’infrastruttura a banda ultralarga dallo stadio di semplice progetto a quello di progetto cantierabile in un Comune rurale occorrono mediamente sei permessi da enti diversi e circa 250 giorni; a Roma cinque permessi e tra 120 e 210 giorni.

Se invece si tratta di un’infrastruttura per la rete mobile, i permessi diventano sette e i giorni 210. Questa è la media. L’Ente Gas di Montenero Sabino, Rieti, ha impiegato tre anni per dare un via libera. La provincia di Asti 18 mesi per un’autorizzazione relativa al Comune di Montemagno. Ma anche grandi soggetti nazionali come Anas e Fs non brillano per velocità.

Su tutto pesa infine la complicazione di un sistema che ha diviso il Paese in aree nere e bianche senza confini netti. Degli oltre 8 mila Comuni italiani solo di un migliaio si può dire che siano completamente “bianchi”, ossia senza alcun servizio. Altri 6.700 sono a chiazze, con zone bianche e zone nere. Una frantumazione dei piani di intervento che non lascia indenni nemmeno le grandi città. E che rende tutto ancora più complicato perché moltiplica la quantità di risorse richieste. Soprattutto di carta. Bollata.