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Intelligenza artificiale strategica per il Governo

Allo sviluppo tecnologico destinati 26 miliardi.

Attrarre le menti più brillanti nel campo dell’Intelligenza artificiale, riportando in Italia i cervelli fuggiti. Aumentare i fondi per la ricerca. Infine, incentivare l’adozione di tale tecnologia nella pubblica amministrazione e nel sistema di produzione. Tre obiettivi che il governo, con il nuovo Programma strategico per l’Intelligenza artificiale (IA), punta a raggiungere entro il 2024. Perché siamo in ritardo e tempo da perdere non ce n’è più.

Questo il tema al centro di un articolo pubblicato da Repubblica a firma di Fabio Tonacci. Si legge che, nel campo dell’IA – ovvero gli algoritmi e i modelli digitali che riproducono la percezione, il ragionamento, l’interazione e l’apprendimento umano – l’Italia non è messa benissimo. In particolare siamo dietro ai principali partner europei, che investono di più e pagano meglio. Per recuperare lo svantaggio, il Consiglio dei ministri ha adottato il Programma strategico per l’IA, frutto del lavoro di tre ministeri (Università, Sviluppo economico e Transizione digitale), che individua priorità e possibili fonti di investimento.

Proprio da quest’ ultima voce che si capisce l’urgenza di colmare il gap: nel documento di 35 pagine sono indicati decine di investimenti da finanziare con capitoli di spesa del Pnrr dedicati allo sviluppo tecnologico che in tutto valgono 26 miliardi di euro. L’articolo poi evidenzia il ranking del nostro paese in base alle risorse investite.

La nostra posizione attuale non è rosea: la spesa in ricerca nel campo dell’IA rappresenta l’1,45 per cento del Pil, contro il 2,19 per cento della Francia e il 3,17 per cento della Germania; le domande di brevetto sono 32 mila, meno della metà di quelle francesi e un sesto di quelle tedesche; un ricercatore da noi guadagna in media 15,3 euro l’ora contro i 48 euro del collega tedesco e i 22 euro del francese.

Al primo punto del Programma strategico appena approvato, non a caso, c’è l’aumento del numero dei dottorati di ricerca e dei dottorati innovativi (possibili 430 milioni di euro) per incentivare il rientro in Italia di professionisti del settore.

Si prevede l’estensione dei fondi per la realizzazione di progetti per giovani ricercatori (600 milioni), la creazione di partenariati con le Università e le imprese (1,61 miliardi), la promozione di cattedre e carriere in materie scientifiche e matematiche (3,2 miliardi), il lancio di bandi di ricerca-innovazione che prevedano la collaborazione tra aziende pubbliche e private (1,3 miliardi).

E, ancora, 13 miliardi “per fare dell’IA – si legge nel Programma – un pilastro a supporto della Transizione 4.0”. Come? Nel settore privato, favorendo la crescita di imprese e supportandole nella certificazione dei prodotti di IA; nella pubblica amministrazione, creando infrastrutture “per sfruttare in sicurezza il potenziale dei big data”. Un settore in cui il Governo crede ciecamente.

«Sarà lo strumento – commenta il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti – con cui il nostro Paese rafforzerà l’interazione tra centri di ricerca e impresa».

Per Colao, ministro dell’Innovazione, «renderà l’Italia competitiva a livello internazionale e con un sistema pubblico più efficiente».