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Un avvio lontano per la Ragusa-Catania

Come si legge in una nota pubblicata da www.regioni.it, dietro il rinvio dell’approvazione del progetto definitivo dell’autostrada Ragusa-Catania, nella seduta Cipe del 18 gennaio scorso, c’è un’opera in project financing avviata prima della crisi, nel 2007-2008, passata per revisioni progettuali e paletti del Cipe sul piano finanziario, e nonostante tutto ancora oggi circondata da forti perplessità dei tecnici di governo sulla sua sostenibilità finanziaria. Per questo la delibera è slittata.

All’ordine del giorno era il progetto definitivo.

Rispetto alla proposta originaria, i circa 68 km di nuova autostrada tra Ragusa e Catania sono stati modificati negli ultimi anni, per cercare di far quadrare un piano economico-finanziario molto zoppicante, togliendo gallerie e semplificando il tracciato, con riduzioni di costi del 20%, da 815 a 660 milioni di euro (solo lavori).

Nonostante questo, nonostante un contributo pubblico che resta come all’inizio pari a 367 milioni (il 55%, sarebbe fuorilegge, ma l’iter è partito prima del Codice 2016), e nonostante tariffe elevatissime, 10 euro per 68 km per i veicoli leggeri (0,147 euro a km, poco meno degli 0,19 di Brebemi, ben più degli 0,07 attuali di Autobrennero, e degli 0,05 proposti dalla società per la nuova concessione), il MEF – Ministero dell’Economia e delle Finanze continua ad avere perplessità e ha chiesto un supplemento di istruttoria.

Qual è il rischio? Che una volta avviata l’opera il piano salti, la socità fallisca, e a coprire il buco tocchi allo Stato.

Proprio le tariffe alte sono un problema. Facciamo un esempio: 10 euro per 68 km si pagano in Italia solo per la Torino-Bardonecchia, mentre con i pedaggi della A22 o della A4 la Ragusa-Catania costerebbe 4,7/5 euro, anziché 10, e con quelli della futura A22 si scenderebbe a 3,4 euro. Sulla Messina-Palermo si pagano 0,068 euro/km, così la Ragusa-Catania costerebbe 4,6 euro. Quanti utenti siciliani saranno invece disposti a pagare 10 euro per la nuova tratta?

La Regione Sicilia propone di trasferire la sede del concessionario in Sicilia, in modo da incassare buna parte delle tasse societarie e con queste finanziare sconti di pedaggi agli utenti locali. E i Ministri Cinquestelle, Barbara Lezzi e Danilo Toninelli, hanno promesso ai siciliani che quell’opera si farà, e spingono il Cipe ad arrivare a una decisione. Probabilmente ci si arriverà, anche perché Graziano Delrio ha firmato nel 2016 la convenzione con i promotori, e lo Stato ha ora le mani legate, una revoca unilaterale costerebbe almeno 100 milioni di euro di penali.

Il Cipe però nel 2011 fissò (con Delibera n° 53/2011) un paletto importante: una volta approvato il progetto definitivo, scatta un termine perentorio di 12 mesi entro il quale il concessionario (una cordata guidata da società del gruppo Bonsignore) deve trovare i finanziamenti bancari e chiudere il closing, pena la decadenza immediata della concessione.
Il termine va fatto decorrere, poi si vedrà se il Pef è bancabile a andranno avanti i privati, o se l’opera la realizzerà lo Stato o altri soggetti pubblici.
Una cosa è certa: non vedremo cantieri prima del 2021/2022.