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L’industria italiana della componentistica con fatturato in crescita

Grande evoluzione ma ancora alcuni problemi da risolvere, seppur con un fatturato in crescita. Può essere scattata così la fotografia del comparto della componentistica italiana dell’automotive. Questo almeno è il quadro che emerge dall’indagine dell’Osservatorio realizzato dalla Camera di Commercio di Torino, dall’Anfia e dal Centro Cami dell’Universita Ca’ Foscari di Venezia che quest’anno ha anche approfondito e diversificato ulteriormente la platea di aziende per arrivare a scattare un’istantanea più accurata.

Fatturato a 40 miliardi (+4,3%) e grande propensione all’export. Ma rimangono alcuni problemi da risolvere: diversificazione del portafoglio clienti, riduzione dei costi e riorganizzazione dei processi.

I dati generali Nel 2016 l’universo complessivo delle imprese della componentistica autoveicolare in Italia è risultato pari a 1.877 unità, di cui 676 (il 36%) con sede in Piemonte. Il giro di affari del settore ha raggiunto nel 2016 i 40 miliardi di euro (+4,3% rispetto al 2015). Il Piemonte, con 16 miliardi di euro di fatturato, ha registrato un incremento migliore rispetto a quello nazionale (+7%). In generale tuttavia, spiega una nota dell’Osservatorio, tutte le imprese della componentistica hanno registrato un buon andamento negli ultimi mesi: tra i vari fornitori, i più dinamici risultano essere gli specialisti in motorsport (+9,5% a livello italiano e +21,7% a livello piemontese), i subfornitori (lavorazioni) (+9,4%, +12%), gli E&D (+7,8%, +12%) e i sistemisti/modulisti (+5,6%, +10%).

La propensione all’internazionalizzazione della componentistica italiana Le imprese della componentistica automotive guardano decisamente all’estero: oltre il 76% dichiara di esportare, la percentuale è cresciuta di un punto nell’ultimo anno (era il 75%). Nel complesso, dall’export deriva il 39% del fatturato complessivo dell’automotive. È l’area EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) la principale destinataria dell’export italiano, citata dall’86% delle imprese, ma i primi 5 mercati risultano tutti in Europa (Germania, Francia, Polonia, Spagna, Regno Unito).

Le prospettive “C’è ottimismo tra gli operatori del settore – spiega l’indagine -, per l’anno in corso le aspettative non solo si mantengono di segno positivo, ma si rafforzano rispetto all’anno precedente: l’87% degli operatori si dichiara ottimista, con previsioni particolarmente rosee per i fornitori di moduli e sistemi (91% con previsioni di crescita), gli specialisti e gli E&D (89%) e l’aftermarket (l’80%). Verde, nuovi materiali, infomobilità, guida autonoma, motori elettrici o ibridi rappresentano le nuove direzioni nel processo di trasformazione dell’indotto automotive nazionale.  E’ su questi temi che si concentrano le previsioni di investimenti futuri. Ma le strategie riguarderanno anche la risoluzione di problemi attuali come l’ampliamento e la diversificazione del portafoglio clienti (obiettivo per circa il 40% delle aziende), la riduzione dei costi e la riorganizzazione dei processi.

Innovazione e ricerca Il 71% del campione dichiara di investire parte del proprio fatturato in attività di ricerca e sviluppo. Di che tipo di innovazione si tratta? Il 58% dei rispondenti ha dichiarato di aver introdotto nel mercato prodotti nuovi o significativamente migliorati: nel 76% dei casi l’impresa è stata propulsore nel proprio mercato di riferimento e, solo in percentuale residuale, ha innovato esclusivamente per adeguarsi alle imprese concorrenti con prodotti nuovi solo per l’impresa.

Rapporti con il gruppo FCA Anche nel 2016 la filiera italiana ha manifestato una rilevante dipendenza dal gruppo FCA, seppur in tendenziale riduzione, con uno spostamento di volumi verso altri fornitori o case auto: il 74% dei produttori italiani di parti e componenti ha infatti dichiarato di avere FCA nel proprio portafoglio clienti (direttamente o indirettamente), contro il 79% rilevato nel 2015.

  La sintesi dell’indagine tradotta nella capacità produttiva Secondo l’Osservatorio “una componentistica in salute, grazie a export, diversificazione geografica e produttiva e ampliamento dei mercati di destinazione, riesce a mantenere un elevato livello di saturazione della capacità produttiva, che nel 2016 si è attestata ad una media del 78%. La quota di imprese che ha dichiarato una percentuale di saturazione degli impianti superiore all’80% è passata dal 51% del 2015 a oltre il 61% del 2016 e ha riguardato indistintamente tutti i segmenti produttivi della filiera.