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Il declino dell’industria del cemento

Un settore che ha già perso il 60% della produzione e che si prepara a un taglio di un altro 20% della sua capacità nei prossimi anni. Azzoppato da un costo dell’energia troppo alto e da un livello dei prezzi troppo basso. E’ questo lo sconfortante quadro presentato da Aitec in Senato, presso la commissione Lavori pubblici. L’associazione confindustriale dei produttori di cemento ha descritto una tendenza che non accenna a ridursi, soprattutto perché continua a non cambiare in maniera netta il dato fondamentale che influisce sui numeri del comparto: gli investimenti in opere pubbliche. Serve un’inversione di tendenza sulle grandi infrastrutture, ma anche un’apertura: bisogna rendere la pavimentazione stradale in calcestruzzo il nuovo standard delle gallerie.

I numeri presentati dall’associazione parlano di una situazione che non cambia di segno. «La crisi iniziata nell’ormai lontano 2008 non è ancora terminata; rispetto ai valori registrati nove anni fa nel 2017 verrà registrata una diminuzione di oltre il 60% in termini di volumi di produzione, di mercato e di valore aggiunto. I valori di mercato sono tornati, nel 2017, su livelli registrati nel 1960».

Questo drastico ridimensionamento ha determinato la chiusura di 25 impianti e la perdita del 30% degli occupati. E la tendenza rischia di essere confermata nei prossimi esercizi: le aziende stanno valutando un ulteriore riduzione del 20% della loro capacità produttiva.

E non è tutto. L’eccesso di capacità produttiva ha determinato in questi anni di crisi una concorrenza di prezzo senza precedenti, che ha portato i margini del settore a trasformarsi in profonde perdite. Nei bilanci degli operatori si sono registrate oltre 1,2 miliardi di perdite nei soli ultimi 5 anni. Se a questo aggiungiamo i dati del calcestruzzo preconfenzionato (tipica integrazione a valle delle imprese cementiere) dobbiamo aggiungere altri 640 milioni di euro di passività. Un dato sul quale incide molto anche il prezzo del cemento, che nel nostro paese è il più basso d’Europa. Secondo l’Eurostat, siamo sotto la media Ue del 22 per cento. Accanto a questo c’è da considerare il costo dell’energia, fondamentale per le aziende del cemento: è tra i più elevati d’Europa e contribuisce ad azzoppare il settore.

Tutti questi numeri portano a squilibri nel settore difficili da compensare. Si tratta, infatti, di un comparto “capital-intensive in quanto un impianto produttivo è sostenibile economicamente solo nel caso in cui venga utilizzato con continuità almeno all’80% della propria capacità produttiva e abbia un orizzonte di attività (ed ammortamento) di almeno 40 anni”. Condizioni che, con questa congiuntura, è molto difficile rispettare.

Alla luce di questo, per i produttori c’è una sola richiesta: il rilancio degli investimenti sulle grandi opere. Le iniziative di piccoli investimenti diffusi, come l’ecobonus o il sismabonus, impattano poco sull’industria del cemento. «Chiediamo il rilancio di una politica infrastrutturale italiana effettuata con risorse pubbliche credibili e uno sforzo nel superamento della mancanza di capacità amministrativa da parte delle stazioni appaltanti, quelle più piccole in particolare». Spesso le risorse stanziate in bilancio, infatti, «non riescono ad essere impegnate perché le regole nella spesa in opere pubbliche sono veramente complesse». Accanto a questo, bisogna allargare il mercato possibile dei produttori: «Da tempo – concludono da Aitec – spingiamo perché la pavimentazione in calcestruzzo nelle gallerie stradali sia riconosciuta come la soluzione preferibile e sostenibile».