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Tempi biblici, costi, ricorsi: per allargare la via Tiburtina a Roma

Cinquantuno milioni di riserve e 8,5 milioni di varianti, su un appalto sottoscritto nel 2009 al prezzo netto di 41,26 milioni, con lavori da concludere (dopo quattro varianti) al 18 settembre 2014 e che oggi risultano essere stati completati soltanto al 60%. Bastano questi numeri per fotografare la condizione del cantiere per l’allargamento della via Tiburtina di Roma aggiudicato a un’Ati guidata dalla coop Uniter, dopo una lunga controversia giudiziaria che ha portato alla riassegnazione dell’appalto inizialmente attribuito a una cordata guidata da CCC.

Tempi lunghi, costi lievitati, ricorsi in tribunale: sono i tipici sintomi patologici del sistema dei lavori pubblici che l’ANAC non manca di riscontrare anche nell’appalto integrato (progetto e lavori con base d’asta da 69,2 milioni) bandito nel 2006 dal Comune di Roma e non ancora portato a termine. Non c’è allora da stupirsi che, passato al setaccio affidamento e cantiere, il presidente dell’Authority Raffaele Cantone abbia deciso di inviare le carte alla Corte dei Conti per valutare la possibilità di agire per danni nei confronti dell’Erario, oltre a chiedere al proprio ufficio di vigilanza di continuare a seguire gli sviluppo dell’opera «riservandosi di procedere ad ulteriori accertamenti ed interventi» di fronte al permanere delle «situazioni di criticità».

Sotto i riflettori un progetto che interessava 7 km stradali e prevedeva, tra le altre cose, una nuova rete di anelli paralleli, la realizzazione di un corridoio per i mezzi pubblici e la costruzione di aree parcheggio. Ma l’opera, deliberata dalla giunta comunale di Roma nell’ottobre 2005, quando sindaco era Walter Veltroni, tra varianti, accertamenti archeologici nel sottosuolo e contenziosi, non è ancora terminata.

Al centro delle osservazioni messe nero su bianco nella delibera dell’ANAC n. 40/2016, una serie di modifiche al progetto originario, decise tra il 2009 e il 2013, quando a Veltroni era subentrato Gianni Alemanno: decise su impulso della giunta comunale, tali modifiche hanno «mutato le scelte progettuali originariamente effettuate dal progettista» apportando «modifiche sostanziali al progetto definitivo già appaltato», spiega la delibera.

Passando in rassegna tutto l’iter di progettazione e assegnazione dei lavori, l’Anticorruzione giunge alla conclusione che «vi sia stata una ingerenza dell’organo politico nelle scelte tecniche dell’Amministrazione in contrasto con il principio di separazione tra le funzioni di indirizzo politico e le funzioni amministrative e gestionali poste in capo ai dirigenti pubblici». In altre parole, la scelta politica sarebbe entrata a gamba tesa in quello che era un terreno squisitamente tecnico-progettuale. D’altra parte, l’organo tecnico dell’amministrazione ha accettato le varianti, il che porta a presupporre che in origine ci fosse un «errore progettuale».

In entrambi i casi, le conseguenze sono sui tempi e sui costi. Nel settembre 2009, infatti, a sei mesi dall’avvenuta consegna dei lavori, la giunta comunale di Roma, con una apposita memoria, diede mandato di procedere a modificare in maniera sostanziale il progetto definitivo già appaltato, eliminando, tra le altre cose, il corridoio centrale della mobilità e prevedendo altre modifiche. Una scelta, che dalla documentazione acquisita, appare «non suffragata da alcuno specifico studio, assunta solo sulla base di generiche precedenti esperienze adottate dall’Amministrazione».

La gara è stata anche al centro di un contenzioso. Ad aggiudicarsi i lavori, infatti, era stata nel marzo 2006 una Associazione temporanea di imprese guidata dal Consorzio Cooperative Costruzioni. Ma il secondo classificato, l’Ati Uniter Consorzio Stabile, ha impugnato l’esito della gara e dopo la pronuncia del Consiglio di Stato, ha ottenuto l’aggiudicazione definitiva nel maggio 2008.

Ma il Comune di Roma, non manca di rilevare l’ANAC, ha «manifestato scarsa efficienza e una certa inerzia negli adempimenti susseguenti la decisione del Consiglio di Stato n. 591/2007, di fatto adempiendo ad essa oltre 5 mesi dopo». Aggiungendo il proprio ritardo, alle lentezze accumulate anche in seguito da un’opera in ballo ormai da dieci anni.