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Le condizioni per investire in infrastrutture negli Stati Uniti

C’è un consenso generale sull’idea che gli Stati Uniti dovrebbero aumentare sensibilmente il livello dei loro investimenti in infrastrutture. Economisti e politici di tute le tendenze riconoscono che questi investimenti possono creare occupazione di qualità e garantire stimoli economici senza i rischi che creano le politiche di «moneta facile» nel breve termine. E ritengono anche che possano espandere la capacità produttiva dell’economia nel medio termine e alleggerire l’enorme fardello della manutenzione, che in caso contrario verrebbe scaricato sulla prossima generazione.

Ragioni valide per investire nelle infrastrutture ci sono da tempo, ma si rafforzano sempre più ogni anno che passa, perché i costi di indebitamento del governo scendono e cresce il ritorno di aumenti incrementali della spesa, per via dello stato di degrado delle infrastrutture. Man mano che diventa più evidente che la crescita non tornerà spontaneamente ai livelli precedenti alla crisi finanziaria, l’esigenza di un intervento della politica economica si fa più impellente. Come il disastro delle infrastrutture a Cernobyl fu un segnale del malessere dell’Unione Sovietica nei suoi ultimi anni, i ponti che crollano, i bambini che perdono punti di QI per via del piombo nell’acqua e un sistema di controllo del traffico aereo che non usa la tecnologia Gps sollevano interrogativi profondi sul futuro dell’America. La questione non è se gli Stati Uniti dovrebbero investire di più in infrastrutture, ma quale dovrebbe essere il quadro di politica economica di riferimento. Sono cinque le domande fondamentali.

Di quanto dobbiamo aumentare gli investimenti? Per il futuro preventivabile, non c’è pericolo che gli Stati Uniti investano troppo in infrastrutture. Un aumento degli investimenti dell’1 per cento del prodotto interno lordo nell’arco di un decennio ammonterebbe in totale a 2.200 miliardi di dollari e consentirebbe di fare sostanziali passi avanti per rimettersi in pari con il ritardo di manutenzione e avviare nuovi progetti.

Qual è la priorità maggiore? Il ritorno economico più rapido, più consistente e più sicuro si ha, probabilmente, dove gli interventi di manutenzione sono stati rimandati. Gli esborsi per la manutenzione non richiedono un’estesa pianificazione o l’approvazione di organismi di vigilanza, e di conseguenza possono essere stanziati in tempi rapidi. E tendono naturalmente a interessare aree dove le infrastrutture sono più utilizzate.

Come dovrebbero essere finanziati gli investimenti? Ci sono argomenti convincenti per sostenere che gli investimenti in infrastrutture si ripagano da soli, espandendo l’economia e incrementando la base imponibile. Il McKinsey Global Institute ha stimato un tasso di rendimento del 20 per cento. Se il rendimento fosse solo del 6% e lo Stato raccogliesse circa 25 centesimi di tasse per ogni dollaro di Pil, guadagnerebbe l’1,5% sugli investimenti, che è molto di più del costo reale dell’indebitamento anche in un orizzonte di trent’anni. Finanziare nuovi investimenti in infrastrutture attraverso l’emissione di titoli di Stato sarebbe quindi del tutto ragionevole. E se si vogliono generare introiti per finanziare gli investimenti in infrastrutture, gli approcci migliori sono quelli che coinvolgono un canone di utilizzazione. E dunque, un aumento delle tasse di atterraggio potrebbe contribuire a finanziare nuovi aeroporti, e pedaggi o tasse sui chilometri percorsi potrebbero finanziare miglioramenti della rete stradale.

Quale ruolo deve avere il settore privato? Alcune priorità infrastrutturali, come la sostituzione delle centrali a carbone con centrali alimentate da energie rinnovabili, l’espansione delle reti di banda larga o la costruzione di oleodotti, sono chiaramente di competenza del settore privato. Quadri normativi che snelliscano il processo decisionale degli organismi di vigilanza e riducano l’incertezza potrebbero stimolare investimenti in questi settori. Ci sono valide ragioni per sperimentare metodi di mobilitazione dei capitali privati da destinare a infrastrutture considerate territorio riservato del settore pubblico, come aeroporti e strade. Ma il fatto che i costi di indebitamento dello Stato siano molto più bassi dei rendimenti pretesi dai privati che investono in infrastrutture dovrebbe indurre alla cautela. Sarebbe deprecabile se nello sforzo di evitare un aumento del disavanzo venissero forniti ingenti sussidi a operatori finanziari privati. Solo quando il settore privato è verosimilmente in grado di costruire e gestire un’infrastruttura meglio del settore pubblico ci sono ragioni valide per privatizzarla.

Come fare per essere sicuri che gli investimenti siano portati avanti in modo efficiente? C’è un legittimo scetticismo a questo proposito, e non esiste un rimedio a prova di bomba. Una trasparenza come quella adottata per il piano di stimoli dell’amministrazione Obama dovrebbe diventare la norma. Inoltre, i sostenitori, a sinistra, di un incremento degli investimenti, dovrebbero scendere a compromessi con gli scettici dello schieramento opposto, e nel contesto di un incremento della spesa accettare un alleggerimento della regolamentazione e l’obbligo di sottoporre i progetti a un’analisi costi/benefici. Gli appalti per le infrastrutture devono avere l’obbiettivo di ridurre al minimo i costi. Ogni anno di più in cui lasciamo che le infrastrutture si degradino rende più oneroso il fardello che la nostra generazione scarica su quella successiva. Questa situazione in cui possiamo prendere soldi in prestito a lungo termine a un tasso di interesse zero o quasi non durerà in eterno. Comunque vadano le elezioni, il presidente e il Congresso nella primavera del 2017 devono adottare un importante programma di investimenti infrastrutturali.