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A chi giova la capitale bloccata?

Negli ultimi dieci anni Milano ha avuto uno sviluppo senza precedenti, anche per il coraggio di scelte urbanistiche capaci di incidere profondamente sulla stessa immagine della città. Sul bilancio dell’Expo 2015 e il futuro di quell’area si potrà discutere ancora a lungo, ma intanto l’evento ha regalato a Milano una rete di trasporto pubblico migliore e più efficiente. Il turismo, soprattutto quello ricco, è in costante aumento: grazie a un’offerta culturale di livello crescente e un tessuto commerciale di qualità in un centro cittadino che non ha svenduto la propria identità. Problemi ce ne sono, come in ogni grande città. Ma Milano oggi è in tutto una moderna metropoli europea. L’esatto contrario rispetto a Roma. Dove regna la paralisi. La linea C della metropolitana si fermerà al Colosseo anziché proseguire, com’era previsto, attraversando il centro. Attualmente la talpa non è nel sottosuolo e gli scavi sono fermi. Fermi sono anche il progetto dello stadio della Roma calcio e il discusso piano immobiliare (per inciso il più imponente che esista oggi in Italia) che lo accompagna: l’attuale amministrazione comunale ha sollevato pesanti osservazioni e la soprintendenza ha posto condizioni insormontabili per il prosieguo dell’iniziativa. Paralizzata, dunque, come pure lo è la ristrutturazione dell’immensa area dell’ex Fiera di Roma che giace in uno stato di deprecabile abbandono. Peraltro, nell’indifferenza assoluta della politica. E da anni, al pari della scriteriata città dello sport di Tor Vergata.

Oltre duecento milioni pubblici sono stati gettati al vento per il faraonico complesso sportivo: con la decisione di rinunciare alla candidatura di Roma per le Olimpiadi è sfumata anche l’ipotesi di completarlo. Né andrà meglio alle sventrate torri di Cesare Ligini all’Eur, da due decenni in disuso. Dovevano ospitare la sede di Tim, ma il Comune ha chiesto 24 milioni di oneri accessori e la compagnia telefonica si è ritirata. Svettano ora nella loro maestosa e scheletrica grandezza accanto alla Nuvola di Fuksas. L’unica opera ora terminata nella capitale da tempo immemore: ma che se fosse dipeso dall’attuale amministrazione, come ha detto in una conversazione privata il segretario della sindaca Virginia Raggi, non sarebbe mai stata edificata. Lo sviluppo di una città non passa attraverso il cemento. In molti casi è anzi il contrario. Come a Roma, per esempio. Il problema più grosso della capitale non è costruire ancora, bensì riqualificare l’esistente, recuperare l’immenso patrimonio pubblico in disuso e mettere ordine in un tessuto urbano devastato. E non c’è dubbio che alcune delle opere citate avrebbero bisogno di essere profondamente ripensate. Ma la paralisi è altra cosa. Le cause, sappiamo, sono molte. Non tutte, bisogna precisare, attribuibili all’amministrazione che si è insediata da cinque mesi avendo trovato uno stato di cose tragico. I segnali che arrivano dal Campidoglio, tuttavia, sono assai preoccupanti. L’idea che i problemi si debbano osservare sempre e comunque con lo sguardo rivolto al passato, ai disastri commessi in una città dove i comitati d’affari hanno scorrazzato impuniti per decenni, agevola di sicuro il necessario esame di coscienza. Però non fa fare un passo avanti.

Può anche darsi che questa sia la strategia: chi non fa niente, in effetti, non sbaglia mai. Anche se non impedisce che la città finisca per ripiegarsi su se stessa. Come sta già accadendo, a dispetto del fiume inarrestabile di dichiarazioni e promesse. Da una parte e dall’altra. Perché vanno sottolineate in questo anche le responsabilità del governo e della politica nazionale. Che non solo mostra un disinteresse clamoroso per i destini della propria capitale, ma aggiunge altro sale sulle ferite. Dice tutto l’ultimo caso. Un emendamento alla legge di stabilità firmato dalla democratica Lorenza Bonaccorsi con molti componenti della commissione cultura avrebbe l’effetto di privare la città della gestione diretta dei 60 milioni di incassi del Colosseo e del Palatino, ora affidata alla Soprintendenza speciale, per far incamerare quei soldi centralmente dai Beni culturali. E con tutto quello che (non) sta accadendo c’è da domandarsi se la capitale d’Italia meriti anche questo.