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Sblocca-pagamenti da 2,2 miliardi

Con la manovra 2016 i sindaci dicono addio senza rimpianti al Patto di stabilità e in cambio ricevono l’obbligo di non chiudere in deficit il saldo finale di competenza, cioè in pratica l’ultima riga dei loro conti rappresentata dalla differenza fra entrate e uscite complessive.

Sono giorni di grande lavoro sulle calcolatrici per capire gli effetti di questo cambio di regole e le notizie sono incoraggianti per gli amministratori locali e per le imprese che lavorano con loro: la mossa potrebbe tradursi di fatto in un nuovo sblocca-debiti immediato da almeno 2,2 miliardi di euro, senza i problemi di contabilizzazione degli anticipi perché in questo caso i soldi sono quelli dei Comuni, e soprattutto liberare la programmazione degli investimenti, che non saranno più soggetti alle bizze del Patto e ai singhiozzi in corso d’anno determinati dai tanti tentativi estemporanei di liberare spazi finanziari che hanno caratterizzato gli ultimi periodi. A patto, ovviamente, di avere la liquidità per dare gambe alle chance offerte dalla legge di Stabilità.

Capire i meccanismi e le loro conseguenze – basate su un rinvio della legge 243/2012 sul pareggio di bilancio che è ancora in campo, ma che comunque non presenta grossi ostacoli – non è semplice, perché impone di addentrarsi in un linguaggio, quello della finanza pubblica locale, diventato sempre più oscuro per i non addetti ai lavori, ma tenere gli occhi fissi sulla sostanza delle novità può rivelarsi un metodo utile.

Gli effetti collaterali del Patto di stabilità che sta per uscire di scena sono ben noti agli amministratori locali e alle imprese che lavorano con la Pa. Il Patto, fondato sulla «competenza mista», ha lasciato liberi gli impegni di spesa per gli investimenti (competenza), ma ha bloccato i pagamenti (cassa). In questo modo si sono accumulate nelle casse dei Comuni con i conti più solidi le risorse impegnate per spese in conto capitale, ma non pagate per non sforare il Patto (residui passivi).

Per rimediare a un problema che da contabile si è trasformato nel tempo in economico e sociale, negli anni della crisi, che ha visto molte imprese morire di credito anziché di debito, le varie manovre hanno introdotto meccanismi sempre più complicati, come i “mercati regionali” degli spazi finanziari da scambiare fra gli enti locali (i cosiddetti patti orizzontali e verticali): sistemi difficili da governare, soggetti alle esigenze diverse dei vari livelli di governo e più volte modificati in corso d’opera, con la conseguenza paradossale di liberare risorse rimaste poi inutilizzate. Due numeri messi in fila dalla Corte dei conti nella relazione al Parlamento sugli andamenti di finanza locale 2014 dicono tutto: i Patti regionali hanno liberato 1,3 miliardi, ma a fine anno il saldo raggiunto dai Comuni era superiore agli obiettivi per 1,6 miliardi.

Questo cortocircuito è nato dal caos delle regole, mentre i nuovi meccanismi della manovra, se resisteranno senza troppe modifiche, hanno il pregio di indicare fin da inizio anno ai sindaci obiettivi e possibilità di raggiungerli.

La prima conseguenza è sulle risorse accumulate, gli avanzi che molti sindaci (soprattutto del Nord) chiedono di sbloccare da tempo. Secondo i calcoli Ifel, i residui passivi in conto capitale nei bilanci dei Comuni finora soggetti al Patto valgono 6,2 miliardi: se si ipotizza una capacità di smaltimento pari a quella manifestata con i vecchi sblocca-debiti al netto delle anticipazioni, si arriva alla possibilità di sbloccare a inizio 2016 pagamenti per 2,2 miliardi. Ovviamente la distribuzione di questi effetti dipende dalle risorse effettive nelle casse di ciascun Comune.

Anche per capire questa geografia viene in aiuto l’esperienza vissuta con lo sblocca-debiti del 2013: la capacità di tradurre in pagamenti gli spazi finanziari concessi all’epoca senza ricorrere alle anticipazioni della Cassa depositi e prestiti è stata quasi totale in Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, si è attestata poco sopra al 91% in Liguria, nel Centro ha oscillato fra il 41,7% dei Comuni del Lazio e l’89,7% registrato in Toscana, mentre si è rivelata drasticamente più bassa al Sud dove, in particolare in Campania e Calabria, i prestiti targati Cdp sono stati indispensabili per tutti i pagamenti.

Oltre a sanare il passato, il pareggio di bilancio “temperato” punta a liberare i nuovi investimenti, reduci da un crollo che nel 2010-2014 è stato del 36% nei soli capoluoghi di regione, con flessioni record del 60-70% in alcune città. Su questo piano la manovra gioca due carte: quella della stabilità delle regole, interamente nelle mani dei Comuni e non più soggette alle variabili degli interventi nazionali e regionali, e l’addio ai vincoli di cassa imposti dal vecchio Patto. Da questo punto di vista è più difficile avventurarsi in stime sugli effetti, ma è chiaro che le leve tornano in mano agli amministratori locali.

Naturalmente nemmeno nella finanza locale esistono pasti gratis e la “libertà di pagamento” per gli investimenti locali non può sfasciare il consolidato pubblico che l’Italia presenta a Bruxelles. In termini di indebitamento netto, la manovra offre 670 milioni agli enti locali (+1 miliardo ai Comuni e -330 milioni alle Province), ma a limitare l’impatto interviene l’armonizzazione, che impone di accantonare risorse nel Fondo crediti di dubbia esigibilità: l’anno prossimo, come già previsto dal calendario della riforma, la quota da girare al fondo cresce dal 36% al 55% del tasso medio di mancate riscossioni, per cui la dote, sempre all’interno dei Comuni oggi soggetti al Patto e quindi determinanti per gli equilibri di finanza pubblica, dovrebbe crescere da 1,7 a 2,3 miliardi.