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Il Punto di Vista: “La confusione non è sostenibile”

maurizio crispino

Le esigenze sempre più avvertite e inderogabili di sostenibilità ambientale hanno spinto, e non da ora, anche la scienza e la tecnica stradale a considerare valide alternative all’utilizzo di materie naturali di primo impiego, sia per le opere in terra che per gli strati legati e non legati delle pavimentazioni.

La più che nobile finalità ha visto, e vede tutt’ora, un dispiego significativo di risorse e il conseguimento di risultati ragguardevoli in termini di nuove conoscenze tecniche, di tecnologie disponibili, di messa a punto di protocolli tecnici in grado di consentire il raggiungimento di adeguati e coerenti livelli prestazionali in presenza di alternative alle materie prime naturali, fermo restando la necessità di valutare, caso per caso, l’opportunità di adottare l’una o l’altra soluzione tecnica.

Peccato che in tale contesto si sia progressivamente sviluppata una Normativa di settore in grado di creare grande confusione su ciò che è possibile e lecito da ciò che non lo è, lasciando forti interrogativi in luogo di certezze, esponendo così gli operatori di settore in buona fede (la maggior parte) a rischi non trascurabili circa le responsabilità che si assumono, anche in ambito penale, nel valutare l’utilizzo di risorse non di primo impiego.

Senza entrare nel merito delle molteplici e significative problematiche aperte, a solo titolo di esempio ci si limita a citare il caso del fresato d’asfalto per il quale nel 2018 era stato emanato il primo Decreto di End of Waste italiano (D.M. 69/18) atteso da 20 anni che, oltre a sancire esplicitamente la qualifica di sottoprodotto, avrebbe dovuto chiarire ogni dubbio e incentivarne il riutilizzo, laddove lo stesso continua di fatto sia a lasciare dubbi interpretativi anche agli Enti preposti al rilascio delle autorizzazioni (Regioni/Province) – aprendo il campo a non uniformità di comportamenti nei controlli e nei giudizi – sia a generare oneri gestionali aggiuntivi per le Imprese che, ribaltandosi sui prezzi, fanno perdere competitività a questi materiali.

Ancora (e solamente) su un piano meramente formale, taluni dubbi sussistono anche sul fresato di pavimentazioni in calcestruzzo (che dal punto di vista delle procedure andrebbero assimilate a quelle previste per la qualifica di sottoprodotto del fresato di conglomerato bituminoso).

In tale quadro, il diffondersi a livello mondiale di legittimi sentimenti di preoccupazione sulle sorti ambientali del pianeta deve spronare non solo le coscienze ma anche e soprattutto il Legislatore italiano a fare chiarezza e a semplificare l’attuale quadro confuso e complesso, senza ovviamente rinunciare al rigore.

Infatti, il permanere dell’attuale situazione fa sì che il processo nella direzione della sostenibilità rimanga fatto di episodi, di tentativi disarticolati, di passi in avanti e passi indietro, di sentenze contraddittorie, e soprattutto di rischi su entrambi i fronti, sia quello della tutela del territorio rispetto all’uso di materiali potenzialmente dannosi sia quello del perdurare del consumo massiccio di risorse naturali non rinnovabili.