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Il Punto di Vista: “Farsi male da soli”

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Tutti ricordiamo le polemiche che, all’inizio del 2000, accompagnarono i lavori per la realizzazione della tratta Bologna-Firenze, anello mancante della nuova linea ferroviaria ad Alta Velocità/Capacità Milano-Roma-Napoli: “un progetto faraonico… per il beneficio di pochi… a scapito della gente comune… soldi che sarebbero spesi meglio per ammodernare la linea già esistente… danni ambientali… ecc.”.

Alla fine, grazie alla determinazione di uno dei pochi Governi del fare che l’Italia ha avuto negli ultimi 50 anni (Legislatura 2001-2006), la linea fu realizzata con benefici innegabili per tutti – anche per chi il “Frecciarossa” non l’ha mai preso – poiché, senza rendersene conto, ha goduto di riflesso dell’espansione delle attività – e quindi dell’economia e della ricchezza – da sempre indissolubilmente legate all’efficienza del trasporti, conseguenti alla disponibilità della nuova infrastruttura.

Persino l’ambiente ne ha complessivamente tratto significativi benefici per il minor inquinamento ambientale prodotto dal traffico su gomma! Sembra incredibile: la medesima storia ora si ripete per la costruzione della linea TAV tra Torino e Lione, da tempo avviata e che qualcuno vorrebbe fermare con le stesse risibili argomentazioni.

Ma tant’è, farsi male da soli è una proprietà del Belpaese: anche Cavour dovette penare per realizzare il traforo del Sempione! Tornando all’attuale, vorrei solo ribadire l’eccezionale valenza europea della Torino-Lione, che infatti è finanziata per il 50% dall’UE, ma anche l’enorme interesse italiano a realizzarla.

Se si considera la distribuzione del PIL comunitario, emerge chiaramente che su 15 bacini europei leader, ben sette sono italiani. A differenza degli altri, che si trovano distribuiti sull’intero sistema territoriale europeo, questi costituiscono una vera e propria macroregione concentrata sotto l’arco alpino e formata da Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Trentino Alto Adige e Veneto.

Qui si produce il 38% del volume di export-import dell’intera Nazione italiana. Questo eccezionale sistema produttivo oggi è quasi completamente asfissiato dalla mancanza di moderni collegamenti con il resto d’Europa.

Basti pensare che su 128 miliardi di Euro di merci trasportate annualmente attraverso le Alpi, l’incidenza del costo del trasporto in Italia è pari a 23 miliardi, cioè il 18% contro la media del 7% dei nostri diretti concorrenti.

Un differenziale di circa 10 miliardi all’anno che, se solo fossimo dotati di una rete infrastrutturale più adeguata e meno fragile, potrebbero essere diffusamente distribuiti nel tessuto economico del Paese a beneficio di tutti.

Questo era stato ben compreso dal secondo Governo Berlusconi (2001-2006) che aveva intrapreso, con buon successo, una strategia volta a scongiurare il disastro, ottenendo – in sede di programmazione del sistema di trasporto attraverso le Alpi (Legge Obiettivo) – che i valichi alpini fossero considerati segmenti di un sistema integrato d’interesse europeo.

Fu di conseguenza possibile ottenere anche la revisione di tutte le reti transeuropee d’interesse nazionale. In questa nuova ottica, durante la Presidenza italiana dell’UE nel secondo semestre 2003, l’Italia ottenne il Corridoio 1 (Berlino-Palermo), il Corridoio 5 (Lisbona-Kiev), il Corridoio 8 (Bari-Varna), il Corridoio 24 (Genova-Rotterdam) e le Autostrade del Mare, con tutti i finanziamenti europei riconosciuti per le opere transfrontaliere.

In particolare, con il riconoscimento del Corridoio 5 si scongiurò che lo stesso passasse al di sopra delle Alpi (direttrice Lione-Strasburgo-Vienna) come avrebbero voluto i Tedeschi, il che avrebbe privato l’Italia del traffico merci proveniente da Portogallo, Spagna, Francia e Regno Unito.

Se con un improprio e devastante utilizzo della valutazione costi-benefici rinunceremo davvero a dare continuità al Corridoio 5 attraverso la Pianura Padana, avremo gettato al vento 30 anni di lavoro e – tra pesanti penali da pagare e cospicui finanziamenti da restituire all’UE – saremo per giunta avviati verso un ulteriore incremento del costo italiano del trasporto, che non potrà che generare una crisi di competitività dei nostri prodotti, accelerando in definitiva la delocalizzazione delle attività produttive purtroppo già in atto.

Per non parlare del fatto che la mancanza di mobilità su qualsivoglia territorio, oltre a danneggiare pesantemente l’economia, contribuisce a far proliferare la corruzione e la malavita.