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Il Punto di Vista: “BIM versus venustas?”

Mario P. Petrangeli, Professore e Presidente della Mario Petrangeli e Associati Srl

mp petrangeli

Per la foto di sfondo, photo credit: www.harpaceas.it

Il processo BIM (Building Information Modeling) è una indubbia rivoluzione nella progettazione di sistemi che richiedono competenze in campi molto diversificati, quali ad esempio gli edifici composti da una struttura portante e da molti elementi non strutturali affatto diversi tra loro: impianti, dispositivi per il risparmio energetico, infissi, pavimenti e altri ancora.

Analogo è il caso di una ferrovia o di una strada che coinvolgono esperti di tracciati, di movimenti di materie, di opere d’arte, di segnaletica, di impianti, di pavimentazioni o armamento, ecc..

In confronto a questi, il sistema “ponte” è estremamente più semplice, essendo composto dalla sola struttura e da pochissimi elementi accessori (sicurvia, giunti, appoggi), salvo le grandi opere singolari (ponti sospesi o strallati di grande luce) e i ponti urbani, interessati da sottoservizi e impianti di illuminazione.

Ne consegue che il gruppo di progettazione di un ponte è molto più omogeneo e il processo BIM, pur rimanendo uno strumento validissimo nella fase di gestione dell’opera, sia meno rivoluzionario in fase di progettazione e vada visto più come un miglioramento, in alcuni casi molto rilevante, di strumenti di calcolo (SAP, MIDAS, ecc.) e di disegno (Autocad o altri) già esistenti.

Per contro, ritengo che possa nascondere una qualche insidia: infatti, BIM è tanto più potente in fase di progettazione quanto più utilizza componenti presenti in archivio, cioè quanto più il ponte diviene un prodotto di serie assemblato con pezzi standard.

Ciò non vale per gli edifici, ove le componenti già citate sono contenute in un involucro a cui l’architetto può assegnare la forma che più gli piace.

Il pericolo è quindi che chi progetta il ponte sia spinto, per pigrizia o per economia, ad esaltare l’uso di soluzioni standard già presenti nel suo archivio, limitandosi ad assemblare le componenti di cui dispone alla stregua di un mobile di Ikea.

Ciò, naturalmente, avveniva già in passato (chi non ricorda le famose travi SCAC?), ma potrebbe essere esaltato dall’uso di BIM: il rischio è quindi quello di industrializzare troppo quella che continuiamo a chiamare “opera d’arte”, tralasciando uno dei tre noti requisiti che Vitruvio, nel 1° secolo d.C., chiedeva ad un’opera pubblica, la “venustas”.

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