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Una PA da sogno

Come vorremmo che fosse e come potrebbe cominciare ad essere

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

PA – Foto in primo piano – photo credit: Steve Buissinne da Pixabay

Noi che associamo Imprenditori, quando scriviamo un articolo non ci facciamo aiutare dai Centri Studi – che pur consultiamo – né dai Professori universitari di cui pur ci gioviamo per disbrigare le nostre vertenze. Ci affidiamo alla nostra capacità di far tesoro delle esperienze pregresse e al nostro maledetto fiuto da segugi e non vogliamo insegnare niente a nessuno.

Qui ci piace descrivere la PA che sogniamo: bello sarebbe se Draghi (parlando all’epoca del suo mandato, NdR) ce la regalasse così come la desideriamo come qui di seguito descritto… 

La PA che vorremmo

In via identitaria, potrebbe essere descritta in sei punti:

  • più competenze orientate ai risultati;
  • più democrazia nell’intrattenere i rapporti con cittadini e Imprese;
  • più trasparenza negli atti e documenti che connotano tali rapporti;
  • più inclusività, aprendo porte e finestre per dare ingresso all’aria che tira unitamente alle richieste di cittadini e Imprese;
  • più controlli in automatico con l’uso dell’elettronica;
  • più controlli di raffronto mercè l’uso della statistica.
Punti strategici
1. (photo credit: Gerd Altmann da Pixabay)

Su questi due ultimi punti, il nostro interesse è indiretto – ma certo non meno forte -, visto che la uniformità dei controlli dalle PA garantisce la par condicio di trattamento nei mercati e la conseguente tutela del buon funzionamento della concorrenza. Solo un sogno? No.

Il nostro naso da segugio ha percepito, da poco, una nuova generazione di Funzionari pubblici con tutte queste caratteristiche, cui si aggiungono una sicurezza forte ma garbata, tipica di chi si sente coperto alle spalle da risorse economiche adeguate agli scopi che si prefiggono.

Questa sicurezza si trasmette a noi operatori, sbigottiti da questa novità. Durerà? Si estenderà? Se così fosse ne saremmo felici, anzi, grideremmo al miracolo.

Non basta una nuova identità: occorre disporre di un modello in dinamica

Il modello ideato per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sembra mettere in moto nella maniera adeguata tutti i settori della PA e della produzione.

Il modello operativo si diparte da una cabina di regia coordinata dal Ministro dell’Economia e nella quale consiedono i Ministeri più interessati al PNRR. Tale cabina è collegata con tutti i Ministeri dai quali si dipartono i progetti il cui stato di attuazione viene periodicamente controllato dalla struttura centrale.

I Ministeri, a loro volta, interloquiscono con le rappresentanze delle categorie esecutrici dei progetti e con gli Enti Locali, che dovranno indire e gestire le gare di appalto raggruppate in accordi Quadro per settori omogenei, al fine di evitare inutili parcellizzazioni delle operazioni.

Un percorso del tutto condivisibile a patto che l’utilità di assemblare la materia non incida in maniera troppo pesante sulle caratteristiche d’impresa, particolarmente per le Aziende di alta specializzazione i cui talenti ne possano uscire mortificati.

Si tratta quindi di dosare bene questi interventi con la materia necessaria: quantità e qualità da realizzarsi in virtuoso equilibrio.

Se perverrà – come speriamo – a buon fine, l’esperienza del PNRR farà sì che questo modello possa restare strutturale alla PA anche per altre grandi progettualità nazionali; insomma, il modello PNRR dovrebbe essere acquisito in via stabile dalla PA con il corollario di buone pratiche che lo avranno operativamente reso possibile. 

Archivio
2. (photo credit: Chris Stermitz da Pixabay)

I nuovi organici della PA

Almeno un terzo dovrebbe essere orientato al controllo, nella triplice forma:

  • più controlli in automatico realizzati con strumenti elettronici;
  • più controlli per raffronti tramite mezzi statistici e di matematica attuariale;
  • più controlli di materialità, ovvero un servizio ispettivo degno di tale nome.

L’attuale pianta organica della nostra PA ne è drammaticamente sprovvista in tutti questi triplici strumenti e, di conseguenza, nelle relative connessioni fra di loro che creano ulteriore valore aggiunto circa l’esatta conoscenza della realtà amministrata.

La PA dovrebbe imparare queste lezioni dal settore delle Assicurazioni che, per omogenea prassi internazionale, dedica un terzo dei propri organici ai controlli con servizi ispettivi su tutte le attività aziendali, con formazione accurata e costantemente aggiornata.

Sicuramente in Italia vi sarebbero meno infortuni sul lavoro se il Ministero del Lavoro disponesse di un servizio ispettivo con un organico superiore alle 200 unità allo stato in forza per controllare quasi 5 milioni di Imprese.

Per non parlare degli Ispettori alla sicurezza delle infrastrutture stradali che, ancorché siano previsti come obbligatori da Direttiva europea, convertita in Legge n° 35/11, ancora i vari organici non sono stati completati.

In conclusione, su questo punto:

  • meno autorizzazioni all’ingresso delle singole attività industriali da parte della PA;
  • più controlli di materialità (Ispettori) in tutti i Ministeri.

“Sono cose banali” ci si obietterà; ma è la realtà – quella che è sotto gli occhi di tutti – che è banale. Noi la vediamo così, sapendo quanto sia difficile realizzare ciò che appare banale, sia per la PA che per gli operatori privati.

Le anomalie dei comportamenti della PA

Sotto la lente delle Istituzioni e ancor di più dell’opinione pubblica vi sono la corruzione e i conflitti di interessi che purtroppo esistono; ma vi è un male ancora peggiore che corrode la PA, sicuramente meno noto: il contentino di competenze.

Gli Italiani vivono tuttora su una scia medioevale le lotte fra contrade, fazioni, squadre di calcio o semplici liti condominiali e altre tenzoni. La PA è fatta di cittadini italiani e, di conseguenza, si presenta come la più “piccosa” d’Europa. Questo è l’ambiente, ma anche i contenuti non aiutano.

Ore in coda
3.

Le attribuzioni dei poteri sovente non sono chiare, le deleghe di conseguenza non ben espresse, i conflitti di competenze pertanto scoppiano continuamente sia per motivi soggettivi che oggettivi ovvero per entrambi.

A chi non è capitato a uno sportello della PA sentirsi rispondere, magari al termine di una fila chilometrica, “Non mi compete”, ma compete ad altri e il collega chiamato in causa del pari si chiama fuori e ne indica un terzo e così di seguito?

Insomma: maggior cura nella definizione delle deleghe e minore “piccosità” degli addetti: la vera democrazia interna della PA passa anche da questi equilibri.

Come realizzare le modifiche di atti e comportamenti della PA qui descritti non è nostro compito indicarlo né ne avremmo le capacità: noi stiamo qui semplicemente a constatare quel che osserviamo ogni giorno avendo a che fare con la PA. Proprio per questo ci sentiamo, in finale di questa carrellata non certo tenera, di affermare che qualcosa stia cambiando.

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