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Arte del governare e arte dell’intraprendere

Operare sulla gestione e sulla manutenzione può costituire la chiave per risolvere la contraddizione fra la promozione dei settori trainanti dell’economia italiana e quelli individuati dalla UE per la rinascita europea

sfondo aises

Si parla spesso dell’arte di governare quale utopia da cui la nostra Politica finora è stata molto distante, ma quasi mai si parla dell’arte d’intrapresa. E si fa male, perché il pragmatismo industriale non può – e non deve – scordarsi della “pienezza” dell’agire imprenditoriale, ricco di cultura, di socialità, di tecniche specialistiche e di innovazione di ogni tipo.

A tal riguardo, pecca la Politica ma difetta anche l’imprenditorialità, entrambe appiattite sul presente, spesso dimentiche della profondità del passato e incapaci di progettare un futuro migliore.

Insomma, si adopera la parola “arte” per indicare un’azione “densa di significato” che sa parlare con la stessa forza ai semplici come ai potenti, superando ogni ostacolo.

I settori che possono assicurare la ripresa economica

Partendo da questa ottica non possiamo non vedere, a occhio nudo, che i settori che possono assicurare la ripresa economica al nostro Paese non coincidono con gli indirizzi generali dell’Europa e che presiedono al maxipiano di aiuti del Recovery Plan che, per l’Italia, ammonta ad oltre 210 miliardi in quattro anni fra prestiti a lunga restituzione e finanziamenti a fondo perduto.

Nessuno nega che la cura dell’ambiente, la digitalizzazione dei processi delle attività pubbliche e private e l’innovazione tecnologica siano obiettivi condivisibili e da perseguire, ma in Italia i settori che promettono la ripresa sono altri: l’agroalimentare che ha raggiunto livelli di eccellenza nel mondo, il turismo culturale che – superati i divieti di viaggiare imposti dalla pandemia – sicuramente rifiorirà, le Imprese specialistiche e creative – il cuore del nostro Made in Italy – e un sistema di infrastrutture affidabili e sicuro.

L’arte dell’intraprendere, congiunta all’arte di governare, dovrebbe operare il miracolo di conseguire gli obiettivi domestici attuando nel contempo quelli europei, un vero capolavoro dell’ingegno, una sorta di “Gioconda” post-pandemia. Ma chi siamo noi per dare suggerimenti su questo difficile crocevia?

aises
1.

Ci asterremo dal propinare consigli non richiesti, ma una cosa – una sola – la vogliamo dire: le due divergenti esigenze si possono naturalmente incrociare senza contrasti se tale incontro avviene sul terreno della gestione (del territorio, delle Imprese, dei beni culturali, delle infrastrutture ecc.), in maniera cioè trasversale a tutti i settori di attività e non con puntate secche solo su grandi opere, Imprese di scopo (dell’elettronica, dell’ambiente, dell’innovazione tecnologica), campi nei quali l’Italia – per i suoi noti ritardi strutturali – non potrà essere al presente competitiva, se non in via del tutto marginale.

Pare l’uovo di Colombo ma, a leggere i progetti e le audizioni parlamentari che girano in grande copia, così non sembrerebbe: rispunta il ponte di Messina, le mega-centrali di smaltimento dei rifiuti, ecc..

E a proposito di strade, su questi mega-progetti nessuno pensa di destinare – se non qualche spicciolo – alla viabilità locale (oltre 750.000 km di strade contro 35.000 km della viabilità nazionale e transnazionale) che casca a pezzi con grave pericolo per tutto il trasporto di persone e merci.

Per quest’ultime poi, dato il citato stato di dissesto stradale, sono fortemente puniti i carichi eccezionali, indispensabili per il funzionamento della grande industria pesante del Paese.

Insomma, operare su gestione e manutenzione può costituire la chiave per risolvere la contraddizione fra la promozione dei settori trainanti dell’economia italiana e quelli individuati dalla UE per la rinascita europea: occorre costituire una sorta di gestione rinforzata nella quale inserire, oltre gli elementi consueti (messa a norma e in sicurezza, manutenzione programmata) anche quelli suggeriti dall’Europa (innovazione tecnologica, elementi di difesa dai grandi rischi, monitoraggi elettronici, ecc.).

I soggetti che possono essere i motori della ripresa

Quanto sopra sui campi di intervento per la ripresa ma, oltre all’individuazione dell’oggetto, occorre anche individuare i soggetti che possono essere i motori della ripresa.

L’Imprenditore è al centro del processo di ripresa, coadiuvato dalle forze del lavoro che saranno chiamate a collaborare attutendo anche, almeno temporaneamente, il conflitto sindacale.

innovazione tecnologica
2.

Ma la società italiana è molto ricca di capitale umano e dispone di un’area di volontariato fra le più vaste del mondo: volontari aggregati alla protezione civile per contrastare i grandi rischi naturali cui soffre l’Italia (sismico ed idrogeologico) ma anche diffuso in tutta la società nelle opere di assistenza alla povertà in patria e del mondo, stendendo una rete protettiva su tutte le fasce deboli e bisognose di aiuto.

Di ultimo sono sorte in quest’area le Cooperative di comunità o di prossimità volte a recuperare paesi semiabbandonati, edifici dismessi, gestire giardini e, più in generale, volti a “ripulire il mondo”.

Tutto questo universo di risorse attive va utilmente mobilitato per la ripresa, promuovendone le attività gestorie anche verso i nuovi obiettivi richiesti dall’Europa, ambiente in testa.

Ma scavando nei tesori italiani ci imbattiamo anche in un tipo di imprenditoria nella quale l’Italia eccelle: l’Azienda specialistica e quella creativa, nelle quali primeggiamo nel mondo.

Non dobbiamo confondere l’Impresa specialistica con quella di innovazione tecnologica: la seconda si nutre di cultura globale, la prima attinge le sue radici nella tradizione del territorio e talora affonda nel passato remoto fino al culto per i segreti di lavorazione delle corporazioni medievali per il tradimento dei quali si poteva pagare con la vita.

L’Impresa specialistica non gode di particolari promozioni da parte dello Stato contrariamente a quella tecnologicamente avanzata: ciò deriva dal fatto che non esistono parametri certi per determinarne l’identità. Il riferimento ai brevetti ai mercati di nicchia di per sé non è sufficiente: occorre di più.

A ciò potrebbero sovvenire Istituti come UNI e ACCREDIA, costruendo un modello di specializzazione fondato sul numero e la difficoltà della Normativa tecnica usata dall’Impresa, asseverato dalla certificazione della qualità della effettiva gestione di tali norme specialistiche.

Molto c’è da fare per una promozione più attenta e profonda della nostra imprenditorialità, particolarmente di quella che ha più talenti per condurre il Paese fuori dalla crisi.

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3.

Conclusioni

Occorre stimolare le parti più vitali e talentuose del nostro tessuto imprenditoriale e sociale, investendo nei terreni che possono dare frutti, premiando l’arte dell’intraprendere da parte di Istituzioni che – ci auguriamo – sappiano ritrovare in questa catastrofica pandemia quell’arte di governare di cui in altre epoche siamo stati maestri nel mondo.

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