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Conglomerato bituminoso di recupero: il riutilizzo in impianto

Alla base della sua filosofia, il Gruppo Ammann considera una risorsa il conglomerato bituminoso di recupero, puntando su tecnologie che consentano di utilizzarlo al meglio

La gestione della lavorazione

Da un’approfondita analisi della letteratura scientifica emerge chiaramente che, per ottenere un prodotto finale avente delle qualità che consentano di sfruttare al meglio il contributo delle ottime caratteristiche prestazionali del conglomerato bituminoso di recupero, è opportuno gestirne la lavorazione avendo cura di non degradare le caratteristiche del bitume in esso contenute.

Il Prof. Maurizio Bocci del DICEA (Dipartimento di Ingegneria Civile ed Architettura) dell’Università Politecnica delle Marche, a SAMOTER 2017 ha presentato i risultati scientifici di alcuni lavori con una premessa: “Le modalità con cui all’impianto viene inserito il conglomerato bituminoso di recupero determinano entità e tempi di riscaldamento diversi che incidono sul bitume vecchio e su quello nuovo”. Le modalità con cui all’impianto discontinuo viene inserito il conglomerato bituminoso di recupero sono principalmente le seguenti:

  • al piede dell’elevatore inerti caldi;
  • diretto nel mescolatore;
  • in essiccatore dedicato;
  • in essiccatore con anello.

Il Gruppo Ammann ha sviluppato nel migliore dei modi una soluzione per ognuna delle possibilità di cui sopra, ma abbandonando la via dell’empirismo per seguire quella scientifica, avviando dei progetti di ricerca in collaborazione tra il proprio dipartimento di Ricerca e Sviluppo e alcune Università, tra le quali la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Bergamo. Il primo lavoro aveva lo scopo di capire come gestire il riscaldamento e l’essiccazione del conglomerato bituminoso di recupero senza alterarne le caratteristiche che permettono il riutilizzo del bitume in esso contenuto.

Essendo il conglomerato di recupero costituito da aggregati lapidei ricoperti di bitume, il raggiungimento di temperature elevate, coinvolgendo anche il film di bitume che ricopre gli aggregati, provoca la perdita di tutti i composti volatili e conseguentemente la perdita delle caratteristiche fondamentali per un suo valido riutilizzo che possa garantire le necessarie prestazioni nel tempo della pavimentazione stradale.

Al di là di approfondite considerazioni chimico-fisiche che è senz’altro possibile fare in altre sedi, l’esperienza conferma che il livello termico oltre il quale il conglomerato bituminoso di recupero non deve essere esposto è di circa 200-220 °C; è esperienza comune che quando il bitume vergine raggiunge temperature superiori ai 200 °C iniziano fenomeni di cracking.

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