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Chiare, fresche et dolci acque

Dalla poesia del Petrarca ad una visione industriale del governo delle acque con il drenaggio al centro

Acqua

Per la foto in primo piano, photo credit: Carlos Pinto da Pixabay

Lasciamoci alle spalle i colli Euganei, regno del sommo poeta che fece scorrere dalle vene delle fresche acque il Dolce Stil Novo, mercè il quale – ma non solo – il Medioevo si avviò ad uscir di scena.

Veniamo ad oggi dove, ora come allora, si presentano grandi mutamenti ambientali, economici e sociali di tal portata da far temere per l’intera sopravvivenza dell’umanità: divina voluntas atque horror.

Le ricette sono volte a combattere siccità e desertificazioni dei territori (desalinizzazione del mare, eliminazione delle perdite delle tubature, gestione accorta delle risorse idriche di bacino, riduzione degli sprechi di acqua, ecc.), ma la paura e la umana sofferenza restano.

Del piccolo drenaggio del suolo delle acque meteoriche e del loro contenimento in piccoli invasi distribuiti per il territorio non si parla: pare che nel nostro Paese, con l’abbandono delle campagne avvenuto nel secondo dopoguerra, sia stata perduta una antica usanza.

Pioggia
1. (photo credit: Public Domain Pictures da Pixabay)

Così i contadini, divenuti portieri di condomini urbani – e conseguentemente i loro figli e nipoti – persero memoria, fra l’altro, di questo uso atavico delle piccole canalizzazioni poderali delle acque pluvie a confluire in invasi vicinali per l’uso di proprietari, mezzadri e affittuari dell’area per le loro necessità.

Oggi non c’è più chi fa questo lavoro, così non solo l’acqua piovana va dispersa, ma impregna i terreni e può creare frane e alluvioni in quanto il terreno, reso di conseguenza impermeabile, non trattiene i flussi di acqua a monte, favorendone il precipitarsi torrenziale a valle.

Non è così nel resto d’Europa, dove il piccolo drenaggio costituisce il 18% delle azioni di contrasto al rischio idrogeologico contro un modesto 6% dell’Italia che, al contrario, per la sua natura orografica, dovrebbe drenare ben oltre la media europea. 

Che fare?

1) Sotto il profilo ordinamentale, occorrerebbe assegnare al piccolo drenaggio delle acque meteoriche il ruolo centrale che merita nella filiera delle operazioni di contrasto al rischio idrogeologico e del riciclo dell’acqua. Ciò potrebbe essere realizzato nel Piano delle Risorse Idriche, testé in discussione fra MIMS, MITE, Ministero dell’Agricoltura, ARERA e Regioni;

2) sotto il profilo giuridico e degli usi e consuetudini locali, sarebbe necessario raccogliere tutte le fonti frammentarie e coordinarle in un provvedimento organico a sé stante o inserito nel più vasto tema del Piano delle Risorse Idriche.

Buche
2. (photo credit: Manfred Richter Pixabay)

Attualmente le fonti sono:

  • l’art. 113 del Codice dell’Ambiente (D.Lgs. 152/2006) che prevede la canalizzazione separata fra le acque reflue e le acque meteoriche;
  • il DM 2017 del Ministero dell’Ambiente sull’istituzione del CAM (Caratteristiche Ambientali Minime) in materia di appalti pubblici, del quale il drenaggio costituisce presupposto essenziale di ogni attività costruttiva;
  • le Linee Guida per la sicurezza delle infrastrutture in consultazione per iniziativa del MIMS, nelle quali al drenaggio viene assegnato il ruolo che gli compete, finalmente con proprietà di azioni conseguenti;
  • usi e consuetudini locali in materia di drenaggio delle acque meteoriche.

L’abbiamo detto prima: quasi tutto è stato cancellato per l’abbandono delle campagne; si tratterebbe ora di effettuare una difficile ricerca del tempo perduto, forse più sotto il profilo culturale che operativo, visto che ormai in tutta Europa questa attività ha assunto un profilo decisamente industriale, gestito da Imprese multinazionali che operano in maniera analoga in tutti i Paesi della UE;

3) sotto il profilo industriale, come detto, esiste un know how affermato e asseverato in tutta Europa, sia sotto il profilo dei prodotti atti a realizzare il drenaggio, sia per quanto attiene la posa in opera (con riferimento alla Norma UNI EN 1433).

Acque reflue
3. (photo credit: Wokandapix da Pixabay)

Purtroppo, nella trascrizione dal testo inglese, tale Norma tecnica europea in Italia ha perso molta della sua forza, onde viene ammesso l’uso di materiali non consentiti con una perdita notevole di qualità e di sicurezza delle installazioni; sul punto, è in atto una discussione di AISES con il MISE, oltre che con UNI.

Con la indispensabile collaborazione di un suo associato, di primaria importanza europea in materia, AISES ha redatto un vademecum volto a rendere la posa specialistica adeguata all’alta tecnicalità della materia che, tuttavia, non si evidenzia nella apparente semplicità delle attrezzature e installazioni.

Ci auguriamo che questo articolo contribuisca a sensibilizzare i lettori su tale vitale argomento, in particolare per la sicurezza delle nostre strade e autostrade, i cui Gestori sono soliti trascurare tale tipo di intervento ancorché indispensabile sulla sede stradale: ciò in particolare per gli utenti su due ruote, ma non solo.

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