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Fascicolo n° 125 Settembre/Ottobre 2017

Un piano straordinario per passare dalla carta ai cantieri

Dopo una faticosa intesa, un ampio programma di risorse è stato stabilito con l’approvazione da parte del CIPE dei contratti di programma dell’ANAS e delle Ferrovie dello Stato: due strumenti che sbloccano fondi per un totale di 25 miliardi. Si elimina così un ostacolo alla fusione Ferrovie-ANAS che il Governo continua a ritenere strategica, tenendo anche in considerazione che il piano investimenti ANAS era fermo dall’inizio dello scorso anno in attesa di approvazione.

Ci aspettiamo Bandi di gara per i prossimi due anni per 8 miliardi. I tempi così lunghi sono comunque incomprensibili poiché per il Governo il tema di rilancio degli investimenti pubblici era ed è una delle grandi sfide economiche per l’Italia. Infatti, è stata portata avanti una programmazione di spesa effettivamente confermata per i prossimi 15 anni che potrebbe garantire investimenti per dieci miliardi di infrastrutture l’anno. Purtroppo però anche per il 2017 il ritorno alla crescita degli investimenti pubblici non ci sarà. Eppure (la montagna), ha prodotto finora solo un topolino. La spesa effettiva in opere pubbliche è ancora ferma. Tutto faceva pensare che sarebbe andato diversamente. Le risorse stanziate rimangono incagliate nei 1.000 rivoli della macchina amministrativa e non si traducono in lavori.

Dopo il correttivo del Codice degli Appalti ci sono stati segnali di ripresa esclusivamente per i piccoli appalti cresciuti di numero ma non di importo. I grandi lavori di importo superiore a 50 milioni di Euro sono crollati del 70%. A un anno dal via, la riforma è tornata ai blocchi di partenza. I pilastri della riforma (riduzione delle Stazione Appaltanti, Commissari di gara, rating di impresa, digitalizzazione delle opere pubbliche) sono ancora tutti da mettere in piedi. La volontà delle Amministrazioni di mantenere la propria fetta di potere sta prevalendo sulla necessità di semplificare il sistema. Il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Delrio da tempo lavora a una riconversione del mercato dalle grandi opere a una prevalenza di opere medio-piccole, con un crescente peso della manutenzione soprattutto nei comparti ferroviario e stradale.

Bisogna mettere a regime il nuovo Codice degli Appalti ma anche chiedersi se non serva qualche piano straordinario per affrontare i problemi della Pubblica Amministrazione, che risulta sempre la grande assente con tutte le sue difficoltà: burocrazia, organizzazione, eccessivo numeri di stazioni appaltanti e soprattutto carenza di forza progettuale e tecnica per poter passare dalla carta ai cantieri così da avviare le progettazioni che non ripartono.

ANCE lancia una serie di proposte per stimolare le capacità della macchina pubblica di trasformare le risorse in cantieri. In particolare si propone di istituire il fondo per la progettazione di fattibilità previsto dal Codice degli Appalti, un fondo rotativo di CdP che anticipi ai beneficiari l’utilizzabilità dei finanziamenti pubblici, e la creazione di una struttura centrale a Palazzo Chigi, di coordinamento della spesa per investimenti e di supporto tecnico alle Amministrazioni Locali. Non ci sono soltanto le regole sugli appalti, l’incapacità progettuale, i ricorsi infiniti delle imprese e i vincoli alla spesa dei surplus dei bilanci nella drastica caduta degli investimenti comunali, i mutui sono crollati in dieci anni dell’84%.

C’è la necessità di rilanciare l’investimento in opere pubbliche, troppo spesso contrastate da politiche ottuse. È necessario anzitutto riscoprire la sostenibilità economica realizzando le opere soltanto dove garantiscano migliori servizi per i cittadini. Le infrastrutture non devono essere altro se non “contenitori di servizi”.

Intanto anche le calamità naturali – terremoti, alluvioni e dissesti idrogeologici – continuano a mettere in ginocchio l’Italia. Non basta, ci si mettono anche i piromani che questa estate sono stati particolarmente attivi. Da inizio anno ad oggi 120 mila ettari andati in fumo, danni per 2,5 miliardi. Maggiormente colpito è il Sud Italia: la superficie andata a fuoco è pari al 251% del totale della superficie bruciata in tutto il 2016. Record in tre regioni: Sicilia (41.000 ettari), Calabria (32.000 ettari) e Campania (18.000 ettari).

Le statistiche parlano chiaro: è necessario inasprire le pene ai piromani, ma anche rivedere il sistema di prevenzione incendi nel nostro Paese che chiaramente non funziona, magari facendo pagare multe salate alle Regioni inadempienti: ne va del patrimonio boschivo e naturale che lasceremo in futuro alle nuove generazioni.

Claudio Capocelli

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